Si chiama induction therapy, la nuova strategia per la cura della sclerosi multipla. È stata presentata durante l’ultimo congresso Europeo che tratta ricerche e innovazione sulla sclerosi multipla, che si è tenuto recentemente a Londra. Qui neurologi, medici e biotecnologi hanno fatto il punto sui trattamenti più efficaci per contrastare un problema che, soltanto in Italia, colpisce ben centomila persone.
Per ragioni sconosciute il sistema immunitario, che ci protegge da infezioni, malattie e virus, attacca e distrugge il rivestimento delle cellule nervose del cervello (la guaina mielinica), causando disturbi neurologici che comportano la perdita del controllo dei muscoli con difficoltà nell’articolare i movimenti, problemi alla vista e di equilibrio, fino alla paralisi.
Nell’85% dei casi la malattia presenta sintomi acuti alternati a periodi di normalità (forma recidivante-remittente), mentre nel restante 15% all’esordio del problema segue un peggioramento costante (la forma progressiva, per cui non esiste ancora una cura definitiva).
«Siamo convinti che, intervenendo presto e in modo adeguato, il decorso successivo della malattia diventi più favorevole», conferma il professor Giancarlo Comi, direttore del dipartimento di neurologia sperimentale dell’Ospedale San Raffaele di Milano. «Lo ha dimostrato uno studio condotto su pazienti che inizialmente non avevano risposto alla cura farmacologica, ma con la terapia d’attacco a distanza di un anno hanno visto più che dimezzarsi la frequenza dei disturbi», conclude Comi.
L’Ema (l’ente europeo che si occupa di approvare i medicinali) ha accettato la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio di Cladribina, una molecola che ha suscitato molte aspettative: «In primo luogo perché è ad assunzione orale. Inoltre, si prende per soli 2 mesi consecutivi, a casa. Per un anno non ce n’è più bisogno e vanta un meccanismo d’azione molto intelligente», spiega il professor Giancarlo Comi. «Agisce impedendo la proliferazione dei linfociti, i globuli bianchi del sistema immunitario che distruggono il tessuto nervoso. Gli studi hanno mostrato che riduce del 60% la probabilità di ricaduta dei sintomi e la durata dell’effetto in alcuni pazienti può arrivare a 2 anni». La risposta di Ema è attesa per il 2017.

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