Dopo l’accordo della Cop21 di Parigi, tutti gli ambientalisti sapevano se essere soddisfatti per gli Accordi sul Clima effettivamente raggiunti o se essere rammaricati per un’altra mezza occasione persa. Con la riunione parigina erano stati fatti dei passi in avanti nelle politiche green a livello globale: magari alcune decisioni mancavano d’audacia, sicuramente i paletti sulle emissioni imposti non erano sufficienti, ma era comunque un buon punto d’inizio.

Ma cosa succederebbe se gli Stati Uniti, ovvero uno dei paesi più potenti ed influenti a livello mondiale, decidessero di ritirare il proprio sostegno agli Accordi di Parigi? Quanti altri governi seguirebbero Trump nel suo grottesco ritorno all’energia fossile?

Trump, presidente eletto, a pochi giorni dal suo insediamento,  ha già cancellato ogni riferimento al cambiamento climatico dal sito ufficiale della Casa Bianca. Come gesto per farci capire le sue intenzioni ha riavviato la costruzione di due criticatissimi oleodotti in precedenza bloccati dall’ex presidente Obama, mettendo un bavaglio all’EPA, ovvero all’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, oltre che al Dipartimento dell’Agricoltura e al National Parks Service.

Ma da dove esce tutta questa spasmodica attenzione della nuova amministrazione verso tutto ciò che è collegato all’universo dell’ambientalismo? Molto semplice: come ha saputo sintetizzare magistralmente Myron Ebell, negazionista climatico che fino a pochi giorni fa ha guidato la transizione per l’EPA durante il cambio presidenziale, «il movimento ambientalista è, dal mio punto di vista, la più grande minaccia per la libertà e per la prosperità nel mondo moderno». Secondo Mayron infatti Trump manterrà in pieno la promessa elettorale di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi globali per combattere il cambiamento climatico.

Il nuovo presidente USA non pensa al cambiamento climatico come ad una crisi, né tanto meno come a qualcosa che possa richiedere un’azione urgente. Ebbene, se fosse tutto vero, gli USA sarebbero l’unico dei 196 Paesi firmatari degli accordi di Parigi 2015 a ritirarsi dal tavolo, proprio mentre altri grandi Paesi stanno facendo passi da gigante in fatto di rinnovabili.

Ma per fortuna non tutti i repubblicani, come sappiamo, la pensano come Donald Trump, né per quanto riguarda le politiche green né in altri specifici settori. Come ha infatti spiegato Sam Hall di Bright Blue, un gruppo di esperti anglosassoni dediti alla diffusione del conservatorismo liberale, «nonostante i tentativi di molti elementi marginali negli Stati Uniti, la maggior parte dei conservatori continua a voler affrontare concretamente il problema del cambiamento climatico. La stesso governo conservatore di Theresa May ha dichiarato di voler sviluppare un’economia a basse emissioni di carbonio».

Il problema negli Usa non sono dunque i repubblicani, bensì i repubblicani scelti da Trump: lo stesso Scott Pruitt, scelto dal presidente per guidare l’EPA, è uno scettico del cambiamento climatico che, come procuratore generale dell’Oklahoma, ha citato non una, non due, bensì 14 volte l’agenzia che andrà a guidare. Per non parlare di Rex Tillerson, il segretario di stato scelto da Trump il quale, avendo lavorato tutta la vita per la Exxon, è a tutti gli effetti la personificazione vivente delle grandi industrie petrolifere. Quindi essendo la maggioranza ad esse ambientalisti speriamo di procedere con i progetti Green.

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