In Italia, quasi 5 milioni di persone soffrono di osteoporosi. Dopo i 50 anni una donna su tre e un uomo su cinque sono destinati a subire delle fratture a causa della fragilità ossea, e il numero di fratture odierno – una ogni tre secondi nel mondo – è destinato ad aumentare vertiginosamente.

Le circa 560.000 nuove fratture registrate in Italia nel 2017 aumenteranno del 22,6% entro il 2030.Sono solo alcuni dei dati presentati in occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, che si celebra ogni anno il 20 ottobre, e contenuti nel Report “Ossa spezzate, vite spezzate”.

Il Report stima che nel 2017 le spese sanitarie associate a fratture da fragilità abbiano gravato sul Servizio Sanitario Nazionale per 9,4 miliardi di euro, costi che cresceranno a 11,9 miliardi di euro entro i prossimi 12 anni. Spiega Maria Luisa Brandi, ordinario di endocrinologia presso l’università di Firenze e presidente Firmo (Fondazione italiana per la ricerca delle malattie dell’osso):

“Le proiezioni che più ci preoccupano sono quelle per il 2030, anno in cui si andranno a fratturare i baby boomers e in cui nel nostro Paese ci sarà il numero di anziani più alto mai avuto: l’incidenza delle fratture vedrà un incremento molto accelerato e la spesa sforerà i 12 mld di euro” .

Una cifra che silenziosamente minaccia di paralizzare l’intero sistema sanitario italiano. Parola d’ordine prevenzione, ma non solo. Spiega ancora Brandi:

“Non è che dobbiamo spendere di più: dobbiamo spendere meno cercando di fare le cose meglio. Forse l’idea migliore sarebbe quella di istituire per il paziente già fratturato percorsi terapeutici assistenziali, quelli che noi chiamiamo Pdta veri e propri servizi in cui il paziente entra e viene assistito non soltanto nel momento chirurgico: in realtà quello che manca è il dopo. E’ la continuità assistenziale che manca al paziente fratturato”.

Ma quali sono le criticità maggiori che riscontrano gli anziani alle prese con la malattia? Spiega Roberto Messina, presidente di Senior Italia:

” La prima difficoltà è quella della diagnosi. I tempi di attesa sono allucinanti e se non hai una certificazione della patologia dall’indagine Moc non riesci poi ad avere il farmaco: è un cane che si morde la coda. Un secondo aspetto riguarda chi ha già subito una frattura. In questo caso le normative sono chiare e prevedono che si possa accedere di diritto ai farmaci, che però sono difficilissimi da ottenere”.

Secondo Giuseppe Sessa, direttore della clinica Ortopedica dell’Università di Catania e presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, “In effetti abbiamo cominciato a fare prevenzione secondaria ma siamo veramente indietro su quella terziaria. Dopo una frattura del collo del femore o vertebrale bisogna assolutamente mettere il paziente in trattamento per prevenire una seconda frattura che si può ripresentare”.

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