La depressione e la sua comparsa, specie in età avanzata, sono riconducibili ad una carenza di vitamina D, con un rischio aumentato del 75%. I risultati di uno studio condotto in Irlanda su un campione di popolazione di ultracinquantenni seguiti per 4 anni hanno permesso di accertare l’importanza della vitamina D per il benessere mentale anche come fattore preventivo. A condurre lo studio un team di scienziati coordinati dal geriatra del Mercer’s Institute for Successful Aging del St. James’s Hospital, il professor Robert Briggs. Punto di partenza è stata la determinazione dello stato dei partecipanti all’inizio della osservazione, grazie ad un test, affiancandolo alla misurazione della concentrazione della vitamina D con una cromatografia liquida-spettrometria di massa, escludendo dalle fasi successive della ricerca chi era già colpito da depressione. Le prime misurazioni sono state condotte ad intervallo temporale di 2 e 4 anni attraverso nuovi esami, evidenziando il legame tra concentrazione di vitamina D  nel sangue e in particolare tra la carenza di tale vitamina e lo sviluppo della depressione. Indici tenuti in considerazione nelle misurazioni sono stati anche i differenti aspetti clinici degli individui sotto osservazione, come in primo luogo la presenza di patologie cardiovascolari, l’uso di farmaci antidepressivi, malattie croniche e l’attività fisica. I pazienti sotto osservazione che risultavano carenti hanno dimostrato un rischio di depressione aumentato del 75% rispetto a chi aveva livelli più elevati. Questo perché secondo gli scienziati i pro ormoni liposolubili assorbibili attraverso l’esposizione alla luce solare, vitamina D appunto, avrebbero un ruolo fondamentale nel proteggere il cervello con l’avanzare dell’età. La ricerca condotta in Irlanda ha portato anche alla luce la diffusione della carenza della vitamina D tra gli anziani, con una media che riguarda un individuo su otto nella stagione estiva e uno su quattro in quella invernale. Non tutti i Paesi riconoscono gli stessi parametri quando considerano la concentrazione della vitamina nel sangue. Negli Stati Uniti il livello considerato normale è tra 50 e 80 nanomoli per litro, mentre in Australia intorno al 30. Risulta però ovunque importante un’adeguata integrazione che non vada però a inquinare l’organismo con un’assunzione smodata di integratori, che portano con sé una serie di controindicazioni e di rischi. L’assunzione di integratori di vitamina D è importante, ma deve essere valutata e  controllata da un medico curante. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Post-Acute and Long-Term Care Medicine (JAMDA).

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