La condanna della Corte europea di Strasburgo per la disumanità delle carceri italiane inizia a far sentire qualche effetto. In Lombardia, in particolare, si segnala una tendenza alla diminuzione del numero dei detenuti: mille in meno, con un guadagno di quasi 200 posti letto in più. Secondo i dati  ufficiali del ministero di Giustizia che per la prima volta il ministero pubblica online, carcere per carcere, a fine luglio infatti in regione si potevano contare 7.743 detenuti: all’inizio dell’anno erano invece 8.756. In soli sette mesi quindi qualcosa si è mosso, anche se in maniera ancora non sufficiente per far parlare di superamento del problema del sovraffolamento degli istituti penitenziari. La capienza regolamentare complessiva dei 19 penitenziari regionali infatti al 31 dicembre 2013 era di 5.892, ora aumentata a 6.075. Numeri alla mano, è chiaro che la questione è ancora molto spinosa, ma se il tasso di occupazione sfiorava a gennaio il 150%, oggi, si ferma sotto il 130%. Il record regionale, in negativo, spetta a  San Vittore, a Milano, nonostante i progressi della struttira siano innegabili. Un anno e mezzo fa il presidente della Corte d’appello, Giovanni Canzio, denunciava con forza l’intollerabilità delle sue allora 1.616 presenze: oggi i detenuti sono 833. A migliorare la situazione in questi mesi ha concorso l’apertura di nuovi padiglioni in strutture lombarde, come Pavia, Cremona e Voghera, e gli effetti delle cosiddette norme «svuota carceri» che in determinate condizioni consentono i domiciliari a chi deve scontare ancora fino a 18 mesi di reclusione. E infatti sono 2.225 i detenuti che in 4 anni sono usciti dai penitenziari lombardi per andare agli arresti tra le mura di casa. Questo ovviamente secondo i dati del ministero che per la prima volta specifica anche i suoi criteri di misurazione dell’affollamento delle carceri: i posti regolamentari sono calcolati considerando 9 metri quadrati per singolo detenuto più 5 metri quadri per gli altri, lo stesso per cui in Italia viene concessa l’abitabilità delle case. Criteri più larghi quindi rispetto a quelli del Comitato europeo per la prevenzione della tortura.

 

 

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