BRESCIA – La probabile realizzazione di nuovi devastanti scavi nel territorio bresciano per i prossimi lavori della Tav sta raccogliendo molte adesioni nella lista dei contrari alla loro apertura: ad accendere la discussione, infatti, sono proprio le probabili sei nuove cave di prestito per raccogliere gli 11 milioni di metri cubi di materiali necessari a realizzare l’infrastruttura, senza tener conto delle ricadute sul territorio, con il relativo danno ambientale, e anche eventuali opportunità di risparmio. Il caso è già arrivato alle istituzioni. In consiglio regionale sia il vicecapogruppo leghista Fabio Rolfi (firmatario del documento), sia Gianantonio Girelli (del Pd) si sono schierati pubblicamente contro l’apertura di queste nuove cave di prestito. Poco dopo la questione è arrivata anche a Roma: i parlamentari bresciani Miriam Cominelli e Guido Galperti hanno definito “profondamente sbagliata sia per ragioni economiche che per le evidenti ripercussioni ambientali l’ipotesi di aprire sei nuove cave di estrazione di ghiaia per la massicciata della Tav”. Ecco perché  hanno presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, per chiedere un dietro front su questa ipotesi insensata per il territorio bresciano. Insomma: il no alle cave di prestito, a Brescia, è trasversale e unisce, oltre che ambientalisti e cavatori, destra e sinistra. C’è poi il nodo della vecchia Valutazione d’impatto ambientale, vecchia di 11 anni, che le amministrazioni hanno chiesto di rivedere sull’intero tracciato. Tutto, però, è stato rimandato alla conferenza dei servizi del prossimo 6 novembre.

 

Claudia Barigozzi

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