BRESCIA. 20% in meno di armi leggere prodotte in Italia per uso sportivo o civile e non militare. È questo il dato che ha portato l’Associazione nazionale produttori armi e munizioni e il Consorzio armaioli bresciani a lanciare un grido d’allarme, arrivato nei giorni scorsi in Regione Lombardia, diventando argomento di discussione all’interno della Quarta Commissione. Il settore armiero a Brescia conta oltre 110 aziende e occupa 2500 lavoratori, coprendo l’80% del mercato nazionale e 28% di quello europeo. Ad essere messa sotto accusa l’eccessiva burocrazia: la modulistica è infatti passata da 6 a 34 pagine nell’ultimo anno. Dati che però vengono contestati dal presidente del Banco Nazionale di Prova delle Armi da fuoco, nelle cui due sedi dislocate fra Gardone Val Trompia e Urbino vengono passate in rassegna tutte le armi prodotte in Italia, che verranno poi introdotte sul mercato nazionale e internazionale. Secondo i produttori a rallentare le autorizzazioni sarebbe stata anche la decisione di centralizzare le pratiche presso il Ministero dell’Interno, privando le Questure locali delle precedenti deleghe in materia. A volte le pratiche giacerebbero inevase per oltre 90 giorni, favorendo il gap concorrenziale dei competitor esteri. Ma la vera causa del calo, secondo Rebecchi, è da ricercare nelle crisi internazionali.

 

Fabrizio Vertua

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