Brescia. Un podio davvero poco invidiabile: su Brescia le colate di cemento non si arrestano. Anzi, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale sul consumo di suolo nella nostra penisola, la città della Leonessa è terza in Italia per cementificazione: la percentuale arriva infatti a sfiorare il 10 per cento che, tradotto, significa  un consumo effettivo di 445 km quadrati. In generale, invece, la quota cementificata è del 7 per cento, ma Brescia si distingue per il suo abbondante 9,3. Solamente Roma, con 570 kmq e Torino con 540 hanno fatto peggio. Milano, infatti, con 415 kmq è dietro Brescia. E per fortuna ci sono valli e montagne meravigliose a salvare la percentuale del suolo bresciano consumato, con il verde che continua a prevalere sul grigio del cemento. Brescia è dunque capofila insieme all’intera regione lombarda che, con quasi 2500 kmq di ‘suolo consumato’, si è posizionata davanti al Veneto (con 1744) e all’Emilia Romagna (con 1642): in queste zone sembra che produrre ricchezza significhi produrre anche cemento. Un dato su cui riflettere, questo, perché il suolo può essere considerata una risorsa non rinnovabile, in quanto la trasformazione di superfici naturali o agricole in strade, abitazioni, ferrovie è un processo praticamente irreversibile. Non solo: in generale, in Italia, la tendenza a cementificare in modo disordinato il suolo libero è ancora molto forte: come si legge nel rapporto sulla “Situazione del Paese” dell’Istat,“L’urbanizzazione si manifesta in forme sempre più pervasive e complesse e ha conosciuto, negli ultimi decenni, un’accelerazione senza precedenti, relativamente autonoma rispetto agli andamenti demografici ed economici”. In pratica, le ragioni per cui si costruisce sembrano essere legate a ragioni che più si avvicinano al desiderio di portare soldi nelle casse dei Comuni, piuttosto che di creare una richiesta di case lontane dai centri abitati e quindi a prezzo più basso. Per non parlare della realizzazione di strade e autostrade, che potrebbero celare l’obiettivo di rendere fabbricabili le aree attraversate. Gli effetti negativi di queste azioni sulla società e sull’ambiente però, sono sotto gli occhi di tutti, perché la frammentazione del paesaggio porta conseguenze gravi sia sulla flora che sulla fauna, oltre che sugli ecosistemi e influisce anche sul senso di identità culturale. Senza considerare poi che, secondo studi recenti, crescere in modo non controllato porta ad aumenti notevoli dei costi economici di realizzazione e di fornitura dei servizi. Occorre dunque mettere al più presto sulla bilancia rischi e benefici, per capire quale sia la giusta direzione da intraprendere.

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