C’è chi pedala verso il cavalcavia e poi, resosi conto di persona della fatica necessaria a superare la pendenza, torna indietro e fa un altro percorso, approfittando del vicino svincolo. E pazienza se proprio oggi i lavori di rifacimento del manto d’asfalto sono ancora in corso. Altri invece, chi a piedi chi in bicicletta, non provano alcun timore nell’ascesa e completano il cosiddetto “Pordoi di San Felice”, cioè il sovrappasso che ha deluso le aspettative, perché troppo elevato. Per la verità, il comitato di quartiere delle frazioni San Felice e San Savino era arrivato anche ad esporre degli striscioni di protesta, poi tolti dai vigili urbani, per chiedere di rivedere il progetto, e allora, nel 2012, all’opposizione siedeva il centrosinistra che chiedeva alla giunta di ascoltare i residenti. Ma l’opera è stata realizzata e completata, inesorabilmente, mentre le lamentele continuano. L’ultima lettera è di Angelo Ongari, che ricorda come San Felice e San Savino siano riuscite a salvarsi da uno dei fenomeni più temuti da chi ama il paesaggio, l’invasione del cemento, dell’asfalto e dei nuovi cantieri. L’invenduto immobiliare è aumentato negli anni assieme al consumo di suolo e agli impatti ambientali negativi. I due paesi restano agricoli e residenziali: il problema principale, per la viabilità, è scritto ancora sulla segnaletica stradale. Gli avvisi parlano di pericoli di allagamento e strade pericolose in caso di pioggia. La migliore soluzione era, per i residenti, passare da via Mulino. In questo modo, da san Savino si poteva evitare di dover allungare la strada per passare da Malagnino e quindi arrivare a San Felice. Ma via Mulino è stata chiusa, il rischio di tornare ad allungare il percorso rimane e in compenso ecco il ripido cavalcavia, collegato, e qui sta il  problema, alla pista ciclabile di via Postumia. L’idea era favorire i ciclisti che vanno al lavoro in bicicletta da San Felice a Cremona. Si può ancora fare, ma evitando il cavalcavia, opera che per Angelo Ongari, come tanti altri, rappresenta un vero e proprio spreco.

Paolo Zignani

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