Per la settima volta, quest’anno, i servizi sociali sono stati costretti a pagare il costo dei farmaci a favore di persone in grave difficoltà economica. L’ultimo atto di spesa è datato 21 dicembre: così tredici persone potranno permettersi di pagare il ticket per le medicine di cui hanno necessità, per un importo totale di 469 euro. Uno degli assistiti ha dovuto spendere più di 100 euro per potersi curare, visto il costo dei ticket in Regione, che lo stesso presidente del Pirellone Roberto Maroni aveva promesso in campagna elettorale di ridurre. Era la campagna Zero ticket, lanciata l’anno scorso, che grazie a un investimento regionale di 40 milioni avrebbe cancellato il costo dei farmaci, come annunciavano i manifesti apparsi in tutte le città della Lombardia. E’ andata al contrario, come ha protestato il Partito democratico: i cittadini della provincia di Cremona hanno pagato 105mila euro in più rispetto al 2013 per acquistare i medicinali di cui hanno bisogno. Ora la giunta Maroni rilancia mediante la nuova riforma sociosanitaria. A Cremona, nel frattempo, gli effetti si notano dagli atti di spesa dei servizi sociali firmati dalla direttrice Eugenia Grossi, che anche nel periodo prenatalizio ha confermato un notevole aumento di richieste di contributi per la cura di patologie gravi, per le quali sono previsti farmaci che però – ecco il problema – non sono a carico del servizio sanitario nazionale. Lo Stato dunque riconosce la necessità eppure la Regione non copre i costi: a propria volta il Comune viene colpito da tagli di trasferimenti statali ma deve trovare i fondi per aiutare chi ha bisogno. Il primo contributo comunale di quest’anno risale a marzo, da 900 euro. In particolare due inquilini Aler hanno dovuto pagare in farmacia rispettivamente 400 e 300 euro, quando il reddito medio familiare annuo di chi vive in un alloggio popolare spesso è inferiore ai 7mila euro. La salute non sembra più un diritto ma un lusso, per persone che devono vivere con la pensione minima o d’invalidità. I servizi sociali da parte loro si tutelano stipulando un contratto di condivisione con gli utenti, avvalendosi della collaborazione di un’équipe di professionisti per le verifiche. Per i problemi sanitari minori, però, nemmeno il Comune può nulla. E ai farmaci quindi diversi inquilini delle case popolari rinunciano, scoraggiati a volte dalla trafila burocratica: gli stipendi bassi, sotto i mille euro al mese con uno o due figli a carico, non coprono nemmeno il conto del farmacista.

Paolo Zignani

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