Insetti, scarafaggi, difficoltà nel fare le pulizie sulle
linee di produzione della Barilla, ma anche caporalato, ricatti,
sfruttamento: le critiche delle ex dipendenti della cooperativa di
pulizie industriali Mpm, appaltista della Barilla, sono severe.
Sostengono di non aver potuto svolgere il proprio lavoro come hanno
fatto nelle altre aziende per le quali hanno lavorato. L’appalto al
ribasso sarebbe diventato insostenibile, e così la Mpm ha
progressivamente ridotto il numero dei dipendenti da 42 a 35 e ora a
27: le ultime lettere di licenziamento sono arrivate ieri. Stamattina
le bandiere del sindaco di base Si.cobas quindi sono sventolate
davanti alla sede della Barilla in via De Berenzani, nell’area
industriale di Picenengo, cui hanno partecipato anche alcuni esponenti
del centro sociale Dordoni. E’ il secondo sciopero dopo quello di metà
gennaio. Le lettere di licenziamento spiegano che gli iscritti alla Cgil e alla
Cisl hanno accettato l’accordo dell’8 marzo, con cui la Mpm ha ridotto
del 40% il monte ore, e quindi lo stipendio. Il lavoro però doveva
essere completato ugualmente, anche il numero dei dipendenti, in
seguito all’accordo dell’8 marzo e ai precedenti licenziamenti, era
stato ridotto. Il carico di lavoro quindi è diventato troppo elevato
per i superstiti, che hanno subito, da quanto riferiscono, le urla dei
capi e condizioni di lavoro meno sicure. Una di loro ha subito un
infortunio. Il presidente della cooperativa Mpm ha proposto alcuni
giorni fa a tre dipendenti di accettare il licenziamento con un
indennizzo di 12 mensilità: la risposta è stata negativa. Le
lavoratrici, per la maggioranza iscritte al sindacato di base, non
accettano la riduzione d’orario. Se la ditta non reintegrerà le
dipendenti, non resterà altro che chiedere il sussidio di
disoccupazione: il sindacato di base lotta per la difesa del lavoro e
della sicurezza, il mantenimento dello stesso monte ore, senza tagli
di stipendio e di personale.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata