Non appartengono all’infermiera spagnola presunta vittima di un prelievo forzato di ovociti da parte del ginecologo Severino Antinori le firme apposte sui moduli del consenso informato all’intervento. La conferma è arrivata questa mattina, in aula, dal perito incaricato dal Tribunale di Milano di effettuare l’accertamento grafologico sui documenti sanitari necessari all’intervento di espianto di ovociti avvenuto il 5 aprile 2016 e agli atti del processo a carico del medico e di altre quattro persone imputate, a vario titolo, con le accuse di rapina, violenza privata e lesioni. Il presidente della ottava sezione penale, Luisa Ponti, ha aggiornato il processo al prossimo 29 novembre, per consentire al perito di proseguire il lavoro e accertare, per quanto è possibile, a chi sia riconducibile la scrittura che appare sui moduli. L’accertamento era stato disposto lo scorso 11 maggio dai giudici che hanno affidato al perito calligrafico l’incarico di verificare l’autenticità di alcune firme attribuite all’infermiera, presunta vittima del prelievo forzato di ovociti, sui moduli del consenso informato all’intervento e alla anestesia. La giovane, sentita come parte civile qualche mese fa durante il processo a carico del ginecologo, dell’anestesista Antonino Marcianò, delle due segretarie Bruna Balduzzi e Marilena Muzzolini e di una quinta persona, davanti ai moduli del consenso informato non aveva riconosciuto come sue le firme apposte. Anzi, aveva raccontato ai giudici di aver cambiato idea: la mattina dell’operazione, aveva spiegato nel corso della sua audizione protetta, avrebbe detto ad Antinori di non voler più ‘firmare niente” in quanto il prelievo di ovuli “non è permesso dalla mia religione e avevo paura di non potere più avere dei figli”. Il ginecologo, invece, ha sempre affermato che la ragazza sarebbe stata consenziente e, a proposito delle accuse a lui mosse, ha sostenuto di “essere sereno perché innocente”.

Redazione

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