Il 20 ottobre è arrivata in corso Vittorio Emanuele II, nella sede della Provincia, la notifica della ditta Godeca, che ha deciso di ricorrere al Tar di Brescia per ottenere la revoca del decreto di diniego emesso tre mesi prima del settore Ambiente e quindi il diritto di costruire la centrale a biomasse di Oriolo, frazione di Castelleone sul confine con Madignano. Ieri il presidente della Provincia Davide Viola ha firmato la delibera che stabilisce costituzione in giudizio e la nomina di un avvocato in tempi rapidi, dato che la ditta ha chiesto l’istanza di sospensione cautelare dei provvedimenti impugnati. La contrapposizione tra la Godeca da una parte e l’ente Provincia e i quattro Comuni di Castelleone, Madignano, Ripalta Arpina e Montodine dall’altra, sale quindi di livello, dopo il primo stop al progetto, le modifiche presentate dalla ditta e il diniego del settore Ambiente, sulla base di una nota dell’Ats del 16 maggio. Allora l’Ats, alla luce dello studio tossicologico presentato dalla società che produce pellet, riteneva di “non poter escludere ricadute sullo stato di salute dei lavoratori e dei residenti nel breve e nel lungo periodo”. I sindaci dei quattro Comuni interessati a loro volta si sono opposti con una lettera motivata, con il loro ruolo di massima autorità sanitaria. Tutto ora torna in dubbio, anche il principio di precauzione cui si appella l’ente Provincia. La Godeca rivendica infatti le modifiche apportate al progetto originario dell’agosto 2016, che prevede una potenza di 999 kilowatt. Rispetto alla prima versione, il calore nel nuovo progetto non viene più riutilizzato con la cogenerazione, il locale per lo stoccaggio della biomassa viene ampliato, il camino si alza di 25 metri, il valore delle polveri sottili prodotte scende da 20 a 10 microgrammi per metro cubo mentre l’anidride carbonica scende da 350 a 150 microgrammi. La centrale funzionerebbe per 8mila ore all’anno bruciando 14mila tonnellate di biomassa legnosa vergine, generando ceneri in misura di 87 tonnellate annue, di cui 52 leggere e 35 pesanti. Il settore Ambiente aveva messo in dubbio tra l’altro l’efficacia dei metodi di abbattimento delle polveri, che funzionerebbe solo in circostanze ottimali, riducendo oltretutto solo parte delle pm10 e non le polveri più fini e più pericolose per la salute, come le pm 2,5 e le pm 1. I giudici amministrativi del Tar di Brescia rivedranno ora l’intera documentazione

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