Tutti sono abituati a pensare che solo il glifosato è potenzialmente dannoso per la salute umana e per le colture, invece la realtà è diversa, esistono tutta una serie di pesticidi che sempre più spesso finiscono nelle nostre tavole e quindi nel nostro corpo.

Parliamo appunto dell’esposizione a pesticidi, erbicidi e insetticidi sempre più in notevole aumento o semplicemente forse se ne parla solo di più. L’Unione europea neanche un mese fa non ha fatto arrivare risposte rassicuranti, ricordiamo che neanche un mese fa i paesi hanno salvato l’erbicida Roundup della Monsanto che sta avvelenando il mondo.

Dalle indagini emerge che non è solo il glifosato a preoccupare, vediamo ad esempio il chlorpyrifos, secondo alcuni ricercatori potrebbe alterare lo sviluppo del cervello e causare danni cerebrali, anomalie neurologiche, ridotto quoziente intellettivo e aggressività nei bambini. Negli adulti, invece, la sostanza chimica sarebbe collegata al morbo di Parkinson e al cancro del polmone.

Il clorpirifos viene usato dal lontano 1965 nelle colture di grano, mais, frutta e verdura, come mele, ciliegie, fragole, broccoli, cavolfiori e tanti altri. Tutti cibi che dai campi arrivano nel nostro organismo. Secondo uno studio, l’87% dei neonati eredita il clorpirifos dal cordone ombelicale.

Nonostante ciò l’EPA che è l’agenzia per la protezione dell’ambiente negli Stati Uniti, non ha rimosso il pesticida dal mercato, esattamente come è successo in Europa per il glifosato. E anche in questo caso, migliaia di cittadini avevano firmato una petizione per eliminarlo dalle colture.

Si parla infatti di conflitti d’interesse e di studi non propriamente indipendenti, dove già nel lontano 2014 era stato sollevato il problema relativo al clorpirifos quando uno studio aveva dimostrato che le donne incinte esposte al clorpirifos durante il secondo trimestre avevano un rischio aumentato del 60% di dare alla luce un bambino autistico.

Un altro studio aveva misurato i livelli di clorpirifos nel plasma materno e il cordone ombelicale di donne e bambini che vivevano in una comunità agricola, rilevando che in alcuni casi nel sangue materno ce n’era fino al 70,5% e nel cordone ombelicale fino all’87,5%.

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