L’operazione “Talis pater…” ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Sayed Fayek Shebl Ahmed, un ex mujaheddin di 53 anni che ha combattuto in Bosnia, e del figlio 23enne Saged Sayed Fayek Shebl Ahmed, attualmente in Medio Oriente. “Durante le intercettazioni nella loro casa di Fenegrò (Como) sono emerse moltissime conversazioni in cui emerge il passaggio di testimone generazionale, con il padre che spinge il figlio a combattere in Siria per purificarlo. In una registrazione dice che un figlio combattente vale più di cento preghiere”. Sempre Claudio Ciccimarra, capo della Digos di Milano, ha spiegato che fino ad ora erano state trovate situazioni di vario tipo ma “una famiglia così compatta nella radicalizzazione non era mai capitata. Padre, madre e figlio maggiore, erano esclusi solo il figlio 22enne e la figlia 20enne”. E proprio “Il figlio maschio minore, 22enne, era definito dal padre ‘un cane’ perché frequentava ragazzi italiani e voleva vivere in modo occidentale. Era considerato la pecora nera della famiglia”. E’ quanto ha spiegato anche il procuratore aggiunto Alberto Nobili. “Il padre ha tentato di convincere l’altro figlio a partire in guerra ma è stato inutile. Ha provato anche mostrandogli filmati della guerra a cui ha partecipato lui in Bosnia. Proprio in quel periodo era nato il primo figlio, per la precisione a Zenica. Per riuscire a mantenere il 23enne in Siria ha fatto enormi sacrifici economici. Era saldatore a Como ma poi ha perso il lavoro e si è dovuto accontentare di lavoretti saltuari. Il figlio combatte per una brigata legata ad Al Nusra, un gruppo vicino alla visione jihadista di Al Qaeda a cui il padre era legato, ma di recente il ragazzo ha mostrato simpatie per l’Isis e questo gli è costato l’allontanamento dal gruppo. C’è anche una foto in cui appare accanto alla bandiera nera del Califfato appesa nel proprio appartamento. Il padre – sempre secondo Nobili – era molto in imbarazzo e ha dovuto intercedere con i suoi contatti per convincerli a riprendere il figlio tra le proprie fila”. Il 23enne ha anche espresso diverse volte l’intenzione di tornare in Italia perché le condizioni di vita e il pericolo stava diventando insostenibile. “In passato il 23enne è rimasto ferito gravemente ma il padre non ha esitato a convincerlo a tenere duro e resistere – ha spiegato Nobili – La moglie (destinataria di un provvedimento di espulsione) ha invece rimproverato il marito più volte, accusandolo di essere il responsabile di eventuali ferite o della morte del figlio”.

 

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