I vertici della multinazionale Maschio Gaspardo rimangono irremovibili sulle proprie posizioni e non apprezzano per nulla la possibilità loro offerta dal sindaco Gianluca Galimberti e dagli assessori Maura Ruggeri e Andrea Virgilio, di sottoscrivere un accordo di programma in Regione per dare garanzie al Comune sulla tenuta dei livelli occupazionali. La Maschio Gaspardo, gruppo metalmeccanico che produce macchine agricole, ha più di un secolo e mezzo di storia, sede a Campodàsersego (Padova), e attività produttiva in Cina, India, Romania e in Italia a Cadòneghe e Morsano al Tagliamento, con sette stabilimenti e 2mila dipendenti in tutto, ma è a Cremona che si trova in crisi, con 20 milioni di euro da restituire entro la fine dell’anno alle banche. E ancora una volta, come nella scorsa primavera, l’azienda ha chiesto al Comune di cambiare destinazione d’uso da produttiva e commerciale, sottolineando la risposta negativa dell’amministrazione, sia quando c’erano prospettive di sviluppo  e si parlava di circa 70 assunzioni in più, che ora, che si temono 50 licenziamenti su 150 addetti. La multinazionale padovana potrebbe vendere l’area di via Bredina, e con l’introito finanziare il trasferimento in altra sede, ad alcuni chilometri da Cremona, per poi tornare a investire. La Maschio Gaspardo, chiedendo tempi certi, nota però che il Comune non sembra interessato alle prospettive occupazionali, non avendo cambiato posizione. In agosto però le notizie sul gruppo padovano parlavano di un bilancio con ricavi consolidati, a fine 2017, in aumento dell’11%, attestandosi a 324 milioni, in un contesto globale di ripresa del mercato. Il momento positivo si registra soprattutto in Asia e nell’Europa dell’Est. L’amministratore delegato Massimo Bordi ha terminato l’incarico: al suo posto, da alcuni mesi, si trova Luigi De Puppi. Il gruppo è tornato all’attivo, con un risultato d’esercizio di 5 milioni di euro e una posizione finanziaria migliorata di alcuni milioni, in linea col piano industriale 2015-18. Il sindaco Galimberti, però, ha chiesto un confronto sul nuovo piano industriale, e garanzie certe sull’occupazione e i rapporti col territorio. La ditta non ha risposto, se non dicendosi fiduciosa che il Comune cambi linea, e che i sindacati comprendano.

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