Cremona. Il progetto di svuotamento della discarica di rifiuti solidi urbani di Malagnino è rimasto sinora sulla carta, benché abbia ricevuto il consenso di tutti i Comuni interessati e dello stesso presidente della Provincia Davide Viola già da mesi. E’ stato più rapido, dopo le elezioni del consiglio provinciale di fine ottobre, l’iter che ha avviato la revisione del piano cave: l’idea dei sindaci, in particolare di Maria Grazia Bonfante, era di svuotare la discarica evitando i tempi lunghi e i costi pubblici della post-gestione che stanno caratterizzando la provincia di Cremona, circa 100mila euro ogni anno. A Corte Madama, vicino a Castelleone e nel porto di Cremona e a Malagnino, i mucchi di rifiuti sono ancora al loro posto da anni e anni dopo la chiusura. Il timore delle associazioni e dei cittadini è che le future cave, come quella di Spinadesco, siano trasformate in altrettante discariche di rifiuti speciali industriali. La discarica di Malagnino è stata chiusa tre anni fa, all’inizio del 2015, dopo che i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato di due aziende agricole e del Comune di Vescovato hanno impedito il raddoppio dell’impianto su terreno di Vescovato, la cui amministrazione ha sollevato numerosi dubbi. La falda acquifera si trova a soli 130 centimetri dai rifiuti, per un milione di metri cubi, che comprendono di tutto, anche la plastica. L’impianto è stato aperto per 16 anni e ha dato vita a una montagnola alta 21 metri, già raddoppiata dai 600mila metri cubi autorizzati inizialmente. Inoltre il rischio sismico è stato innalzato in provincia, dal livello 4 al 3. E il periodo di monitoraggio previsto dopo la chiusura, che i Comuni vogliono concludere rapidamente, è di ben trent’anni.

 

Paolo Zignani

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