Cremona. Lo Stato deve pagare l’Imu al Comune, come ha stabilito l’ordinanza 3275/2019 con cui la Cassazione obbliga l’agenzia del demanio a versare la tassa al municipio di Concordia della Secchia, in provincia di Modena, ai confini con la Lombardia. E’ così fissato un precedente che, così com’è, può essere invocato da tutti i Comuni d’Italia, Cremona compresa, costringendo lo Stato a pagare anche gli arretrati. Ai funzionari dell’ufficio entrate comunale, così come all’assessore al bilancio Maurizio Manzi, già brillavano gli occhi di gioia, dato che uno dei principali problemi di Cremona è proprio l’uso degli edifici pubblici, in buona parte dismessi, la loro manutenzione, i costi e le tasse. L’agenzia delle Entrate di corso Vittorio Emanuele II è in affitto presso una banca e il Comune può riscuotere l’Imu da parte del Fisco in persona, che in caso di morosità riceverebbe la visita dell’ex Equitalia. Ma anche le sedi ministeriali dovrebbero pagare, ad esempio il catasto di viale Trento Trieste 102, che ora si chiama Agenzia del territorio, così come le caserme militari, dalla Col di Lana alla Manfredini, senza risparmiare nemmeno gli appartamenti in uso ai militari, come in un edificio demaniale nella zona del Ponchielli, la ex Banca d’Italia di via Verdi, da anni dismessa, e le caserme dei carabinieri. L’assessore Manzi non vuole però illudersi, e anzi si aspetta “correttivi e interventi di esperti, fino all’interpretazione autentica da parte delle sezioni unite della Cassazione: non è possibile che da una parte ci tolgano i soldi per darceli dall’altra”. Infatti il governo ha tagliato anche a Cremona il contributo per il passaggio dall’Imu alla Tasi, che portava in cassa un milione e mezzo due anni fa e nel 2019 è ridotta a 450mila euro destinati agli investimenti. Difficile trovare privati che investano, acquistando ad esempio la sede dell’Inps in piazza Cadorna, o l’ex ospedale di via Radaelli, tra il Foppone e piazza Lodi, messo in vendita dal Comune da più di dieci anni e ormai pericolante. Incombono poi i costi della manutenzione ordinaria e straordinaria, che lo Stato evita come può, appoggiandosi il più possibile agli enti locali, che a loro volta tentano di coinvolgere i privati in piani di recupero e progetti di richiamo, come in piazza Marconi o a palazzo Grasselli. L’alternativa potrebbe essere l’aumento del prelievo fiscale sui cittadini.

 

Paolo Zignani

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