Ripulire i fiumi e i torrenti, tagliare gli alberi che crescono sulle sponde, asportare le isolette ed escavare in alveo sono interventi spesso evocati dal sentire comune nella speranza di prevenire le esondazioni dei fiumi e il dissesto idrogeologico. Sistemi sbagliati, tuttavia, che non avrebbero certo evitato le inondazioni del Po a San Daniele Po o dell’Adda a Rivolta. Tutto quanto accelera la velocità dei fiumi, infatti aumenta anche l’erosione delle rive e dello stesso alveo. Lo fa notare l’appello firmato da diverse associazioni, anche in provincia, come Arci, Legambiente, Italia Nostra e WWF, che si rivolgono al ministro dell’Ambiente Sergio Costa perché la gestione dei fiumi venga attuata secondo le direttive europee e le leggi vigenti, evitando quindi la canalizzazione. Lo ricorda Romano Sacchi, del comitato Salviamo il Menasciutto, che si è opposto a diversi progetti di centraline idroelettriche in provincia di Cremona, per evitare conseguenze negative sul regime delle acque, oltre che una politica energetica rischiosa per l’ambiente. La trasformazione di un fiume in una sorta di canale artificiale non aumenta infatti la sicurezza. Anzi, sarebbe dannoso, perché scavando a valle, a monte la velocità del flusso aumenta, erodendo più terreno dallo stesso alveo e dalle sponde, con l’effetto di riempire di detriti i buchi più grandi, come appunto quelli delle escavazioni. Il vantaggio che ne otterrebbero i cavatori di inerti sarebbe quindi molto dannoso. L’obiettivo, per il Centro italiano di riqualificazione delle acque, è opposto: rinaturalizzare i fiumi, rallentando il corso dell’acqua piantando più alberi e favorendo la vegetazione. Costruire in area golenale, così come scavare in alveo, come s’è fatto in passato, costituisce invece un grave rischio.

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