L’intervista rilasciata da Martina Levato, che sta scontando nel carcere di San Vittore una condanna a 19 anni e sei mesi di reclusione per le aggressioni con l’acido messe a segno con l’amante, Alexander Boettcher, hanno fatto subito il giro del web. Intervistata sulla rete nazionale al Tg2, Martina ha chiesto di poter vedere suo figlio.  Si è detta pentita di quelle aggressioni messe in atto nel 2014, per le quali è rimasto sfregiato l’ex compagno di scuola Pietro Barbini e Stefano Savi, quest’ultimo per uno scambio di persona. Meglio andò a Giuliano Carparelli, il fotografo che riuscì a sfuggire all’agguato della coppia dell’acido. Quando Martina partorì, nell’agosto del 2015, il bambino era già stato decretato immediatamente adottabile e la Levato, già in carcere, non aveva neppure potuto vederlo. La donna racconta che al momento del parto fu sedata per impedirle di vedere suo figlio. La battaglia legale per l’adozione del piccolo Achille, era stata portata avanti anche dalle famiglie dei due condannati, ma la Cassazione nel 2018 ha confermato in via definitiva l’adottabilità del piccolo, respingendo ogni richiesta dei nonni materni di potersi prendere cura della sua crescita. I comportamenti delittuosi di Martina Levato e del suo compagno sono stati infatti considerati troppo gravi e inoltre sono stati compiuti anche quando la donna era già incinta. Il quadro psicologico di Martina, secondo i giudici, seppure non fossero riscontrate patologie pisichiatriche definite, era risultato incompatibile con la crescita serena ed equilibrata del figlio. Al contrario Martina in tv ha lanciato un’immagine di sé come di una donna cambiata dalla maternità, ora consapevole delle debolezze e della distorta visione dell’amore che la portarono a voler marchiare, quasi per “purificarla dalle precedenti relazioni”, gli uomini che avevano avuto a che fare con lei. La richiesta che la donna ha lanciato ai giudici oggi è quella di poter mantenere i rapporti con il figlio, tolto dai tribunali all’ambiente familiare che lo circondava e che risultava per lui un ostacolo ad una crescita adeguata e serena.

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