La degradazione delle cellule nervose comincia molti anni prima dell’esordio dei sintomi tipici dell’Alzheimer. Ecco quindi che rintracciare le prove di questo progressivo declino è tra gli obiettivi più importanti della ricerca in questo campo che, solo in Italia, colpisce oltre un milione di persone. Un gruppo internazionale di scienziati americani e tedeschi ha scoperto che una proteina rintracciabile nel sangue può essere usata per monitorare la progressione della morte neurale molti anni prima delle avvisaglie classiche della malattia, come la perdita di memoria I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature Medicine. Questa nuova ricerca si è concentrata su una proteina chiamata catena leggera del neurofilamento, che si libera nel sangue alla morte dei neuroni ed è particolarmente resistente alla degradazione. Gli scienziati dell’Ospedale Universitario di Tubinga (in Germania), della Scuola di Medicina dell’Università di Washington a St. Louis e di altri enti hanno analizzato i dati e i campioni di sangue di 405 pazienti coinvolti in uno studio internazionale che include famiglie in cui alcune rare varianti genetiche causano una forma giovanile di Alzheimer. I ricercatori hanno monitorato i livelli del neurofilamento anno per anno e già 16 anni prima dei sintomi dell’Alzheimer, sono stati rintracciati cambiamenti nel livello della proteina che rispecchiavano la degradazione dei neuroni in modo preciso. In particolare, è stato importante osservare non tanto la concentrazione della proteina, ma la sua crescita nel tempo. Livelli alti di questo neurofilamento nel sangue, sono dunque indicativi di problematiche legate a demenza e traumi cranici. Visto che il biomarcatore studiato non è presente soltanto in pazienti affetti da morbo di Alzheimer ma anche in presenza di altre patologie, si penda che questo test potrebbe essere utilizzato anche per verificare la futura insorgenza di altre malattie neurologiche come sclerosi multipla e ictus.

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