Approda venerdì prossimo davanti alla Corte di cassazione il processo che vede imputato, all’ultimo grado di giudizio, il tunisino 38enne Chaanbi Mootaz, per cui le sentenze precedenti hanno chiesto 30 anni di carcere ritenendolo colpevole dell’omicidio, nel 2014, della moglie Daniela Bani, massacrata a coltellate nella loro casa di Palazzolo sull’Oglio, nel Bresciano, mentre uno dei figli si trovava in casa. Un omicidio alimentato dalla gelosia, e compiuto senza alcuno scrupolo mentre uno dei figli assisteva, in un’altra stanza a quanto accadeva a sua madre. Un tema scritto dal giovane su quel terribile fatto è finito anche nelle aule di tribunale. Ora quell’uomo torna a fare paura, a causa di una serie di telefonate anonime, alla vigilia del terzo grado di giudizio che lo attende venerdì. Telefonate che hanno preso di mira l’Unione Nazionale Vittime, associazione che si sta occupando dei familiari della donna uccisa con 37 coltellate. A lanciare l’allarme è stata la presidente, Paola Radaelli, che tra aprile e maggio dice di aver ricevuto almeno 6 telefonate da numeri diversi, tutti provenienti dalla Tunisia. Telefonate mute, un silenzio che però spaventa, chiamate che si sono fatte più numerose mano a mano che si avvicina la sentenza. L’Unione Vittime ha provveduto a fare denuncia, poiché anche i familiari della povera Daniela sono stati destinatari in passato di telefonate simili. Così capitò a Giuseppina Ghilardi, madre di Daniela Bani e anche all’avvocato Silvia Lancini, che si occupava del caso. Venerdì ci sarà un presidio presso la sede della Corte di Cassazione per chiedere giustizia per i familiari. Solo da febbraio scorso la giustizia è riuscita a mettere le sue mani su Mootaz, dopo che per lungo tempo, in seguito alla sua fuga subito dopo l’omicidio, era rimasto nel limbo della burocrazia internazionale. Solo qualche mese fa, finalmente, il mandato d’arresto internazionale ha portato all’arresto e alla detenzione in carcere dell’uomo in Tunisia, in attesa della sentenza di Cassazione che dovrebbe arrivare venerdì. In caso di condanna potrebbe scattare l’estradizione verso l’Italia, che in un primo tempo era stata negata dal paese nord africano.

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