LEONESSA ha permesso di deferire all’Autorità Giudiziaria circa 200 persone, ed emettere 75 misure cautelari restrittive, 200 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, sequestri per 35 milioni di euro. È il bilancio di “Leonessa”, la maxioperazione della Guardia di Finanza e della Polizia in diverse province d’Italia che ha portato a scovare una cosca mafiosa mdi matrice stiddara, il cui quartier generale era Brescia, che ha pesantemente inquinato diversi settori economici attraverso la commercializzazione di crediti d’imposta fittizi per decine di milioni di euro. L’indagine è stata portata avanti dalla Procura della Repubblica di Brescia Direzione Distrettuale Antimafia. Le accuse nei confronti delle persone indagate sono di associazione di tipo mafioso, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico e spaccio di stupefacenti e detenzione illegale di armi. Due persone sono ancora ricercate.  La Stidda – organizzazione mafiosa che alla fine degli anni ’80 in Sicilia si era militarmente contrapposta a Cosa Nostra rendendosi anche responsabile di efferati omicidi nei confronti di uomini dello Stato- nella sua versione “settentrionale” si è dimostrata capace di una vera e propria “metamorfosi evolutiva” sostituendo ai reati tradizionali nuovi business. L’organizzazione mafiosa, attraverso il supporto di “colletti bianchi”, ha permesso a una vasta platea di imprenditori di evadere il Fisco per diverse decine di milioni di euro, cedendo crediti fiscali inesistenti con effetti distorsivi sull’economia reale ulteriormente condizionata dai reinvestimenti dei profitti illeciti conseguiti. L’enorme redditività del business ha determinato momenti di tensione con la cosca operante in Sicilia, il cui traffico di droga è stato inizialmente finanziato proprio dai proventi della vendita dei crediti fittizi. La leadership della cosca settentrionale è stata assunta da un triumvirato composto da personaggi di elevata caratura criminale che già in passato avevano ricoperto ruoli di vertice nella stidda gelese e nelle sue proiezioni lombarde. Pur mutando il business, gli stiddari hanno mantenuto le “antiche” modalità mafiose nel loro quotidiano agire: pur “in giacca e cravatta”, sono rimasti fedeli ai comportamenti tipici della mafiosità. L’indagine in rassegna – oltre ai profili su scala nazionale sopra illustrati – è stata anche una vera e propria lente d’ingrandimento sulla città di Brescia, consentendo di individuare “dinamiche patologiche”, focalizzarle, reprimerle. Oltre a quello, mafioso, infatti, sono emersi anche altri due filoni investigativi. L’uno riguardante il “tradizionale” settore delle fatture per operazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di fatture false per 230 milioni di euro. L’altro, in cui gli imprenditori, elargendo mazzette e/o favori a pubblici funzionari ottenevano significativi risparmi fiscali.

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