Piacenza. L’indagine è partita dal controllo del territorio nella zona della Caorsana e di via Stradiotti e, sotto la lente, sono finiti alcuni soggetti italiani che frequentavano spesso quelle zone. Nei ruoli principali dell’organizzazione c’erano due albanesi che gestivano quattro ragazze connazionali: le picchiavano, le controllavano e addirittura, in un caso, una di loro è stata obbligata ad abortire. Non solo: si impossessavano poi dei soldi che guadagnavano le ragazze, circa 2mila euro a testa in pochi giorni. Gli italiani invece, in cambio di qualche prestazione sessuale gratis, benzina e contanti, fornivano supporto logistico, ossia si intestavano sim telefoniche, contratti d’affitto, e portavano le ragazze in strada (soprattutto in via Torre della Razza e via Stradiotti). Il ricavato veniva invece gestito dai due stranieri: attraverso prestanome mandavano i soldi, migliaia di euro, in Albania con i money transfer. Poi, per consentire alle donne di rimanere in Italia regolarmente, organizzavano matrimoni reali sulla carta, ma finti nella realtà. La prostituzione avveniva sia su strada sia in appartamento con un notevole giro di clienti piacentini. Dieci le misure cautelari emesse dal tribunale a carico di altrettante persone: quattro raggiunte da ordinanza di custodia cautelare in carcere, una sottoposta ai domiciliari e cinque persone sottoposte a obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria. Le accuse vanno dunque dallo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Soddisfatto anche il questore di Piacenza Pietro Ostuni, che ha sottolineato come le forze dell’ordine siano “forti con i prepotenti, accoglienti con i deboli”. Tra le cinque persone soggette all’obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria figura anche un dipendente del Comune di Piacenza, che nella vicenda ha avuto un ruolo marginale.

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