Il clan di camorra, i Contini dell’Arenaccia, dietro alle bande di truffatori di anziani che per anni hanno fatto razzie in tutta Italia. C’era il sistema del “bonus dei simpatizzanti”, un versamento del 30-40% del bottino nelle casse della famiglia che controlla San Carlo all’Arena, a Napoli, dietro ai finti carabinieri, falsi poliziotti, presunti avvocati che contattavano ignare nonnine, spogliandole di contanti e gioielli con la scusa di un presunto incidente stradale del figlio o del nipote, da saldare in contanti. E c’è uno sforzo investigativo enorme, centinaia di intercettazioni, pedinamenti, incroci di tabulati da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, nell’operazione Condor che, per la prima volta, come ricostruisce oggi Repubblica, traccia l’intera filiera di una delle organizzazioni più collaudate, che prosperava su uno dei reati più odiosi e che, adesso, arriva a mettere assieme 50 misure cautelari. Almeno undici batterie diverse di truffatori; compiti e gerarchie ben definiti tra “telefonisti” e operativi: “Io li ho provati tutti e due sulla mia pelle – dice un indagato intercettato dai carabinieri – sono andato sia sopra in casa che a telefono: andare in casa è una stronzata, perché già la trovi con i soldi in mano a quella, il mestiere lo fa chi si mette al telefono”. Documentato anche il ruolo di primo piano delle donne del clan, nelle truffe e nel raccordo con le famiglie dei detenuti, man mano che gli arresti “casuali” decimavano le batterie. I titolari di un negozio di telefonia e di una gioielleria fornivano schede telefoniche intestate a prestanome e riciclavano i gioielli rubati. Tredici le ordinanze cautelari in carcere, eseguite oggi, al termine dell’operazione “Condor”, ventitré le persone agli arresti domiciliari, e quattordici gli indagati cui è stato imposto l’obbligo di presentazione alla stazione dei carabinieri.

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