Le case di riposo della provincia di Cremona sono “bombe a orologeria”, dove il coronavirus potrebbe compiere un’ecatombe. Il pericolo è molto grave ed è stato segnalato già più volte sin dall’inizio dell’epidemia da parte dei dirigenti degli stessi istituti per anziani, che sul territorio accolgono più di 4mila ospiti con altrettanti lavoratori. Un allarme che è stato ripreso poi dai consiglieri provinciali Matteo Piloni e Marco Degli Angeli, e di nuovo rilanciato il 26 marzo dai sindaci del distretto cremonese e casalasco, da Cgil, Cisl e Uil, che rappresentano i lavoratori del sociosanitario, e dall’associazione provinciale delle case di riposo, l’Arsac presieduta da Walter Montini. Ieri i sindaci hanno inviato una nuova missiva al direttore generale dell’Ats Salvatore Mannino. C’è un problema non da poco, sottolineato dal sindaco di Cremona Gianluca Galimberti, perché l’Ats sinora non ha seguito le indicazioni date dai Comuni il 26 marzo, anzi ha dato direttive contrarie il 2 aprile, smentite però dalla circolare del 3 aprile del ministero della salute, che ha confermato proprio le richieste dei sindaci. Ora infatti è il ministero, come i Comuni, a prevedere test diagnostici, cioè tamponi, per gli anziani che hanno altre malattie, compresi i più vulnerabili, che risiedono negli ospizi. E tamponi vanno fatti, prescrive il ministero, anche agli operatori asintomatici che lavorano nelle residenze per anziani. L’Ats si era limitata il 2 aprile a prevedere tamponi solo per gli operatori che tornano al lavoro dalla malattia solo se hanno sintomi potenzialmente covid, e per gli addetti che all’inizio del turno di lavoro hanno 37,5 di temperatura. La protesta dei sindaci contro l’Ats si fa dunque quanto mai pressante, dopo le dure critiche rivolte alla Regione Lombardia.

Paolo Zignani

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