CENTRALE NUCLEARE, CREMONA TRA LE AREE INDICATE

Cremona. Cremona torna nel mirino del nucleare. La provincia viene indicata come uno dei territori più idonei a ospitare un nuovo impianto. Per ora non c’è una centrale già decisa, ma l’ipotesi è sufficiente a riaprire una questione che gli italiani avevano già affrontato nelle urne: nel referendum del 2011 oltre il 94 per cento dei votanti disse sì all’abrogazione delle norme che aprivano la strada al ritorno del nucleare.

Oggi però il nucleare ritorna con un altro nome: SMR, piccoli reattori modulari di nuova generazione. Piccoli, però, fino a un certo punto. Alcuni progetti arrivano a 470 megawatt per ogni singolo reattore e la caratteristica della tecnologia modulare è proprio quella di consentire l’installazione di più unità. In alcuni progetti si valutano siti con quattro reattori o più.

Facciamo allora un confronto molto semplice. Caorso, la più potente centrale nucleare mai entrata in funzione in Italia, era da 860 megawatt. Quattro reattori da 470 arriverebbero a 1.880 megawatt: più del doppio di Caorso. E allora definirli semplicemente “piccoli reattori” rischia di dare un’immagine molto diversa da quella che potrebbe essere la dimensione reale di un intero sito nucleare.E poi c’è una questione fondamentale per un territorio a fortissima vocazione agricola come quello cremonese: l’acqua. Una centrale nucleare termica deve smaltire grandi quantità di calore e il fabbisogno idrico dipende dal sistema di raffreddamento adottato. In un territorio attraversato da un Po sempre più esposto a siccità e temperature elevate, la domanda è inevitabile: quando l’acqua non basta per tutti, chi avrebbe la priorità? Le famiglie, l’agricoltura, l’industria, i nuovi data center o anche le centrali nucleari?

E a pochi chilometri dal Cremonese c’è già Caorso, la più grande centrale nucleare mai entrata in funzione in Italia, ferma dal 1986 e ancora oggi in fase di smantellamento. Il combustibile è stato rimosso, ma sul sito rimangono rifiuti radioattivi in attesa della soluzione nazionale definitiva.

Tutto questo in un territorio già fortemente sotto pressione ambientale. I dati sanitari di ATS Val Padana mostrano a Cremona un peso importante delle patologie respiratorie e oncologiche e gli stessi studi dell’ATS documentano gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute.  A questo quadro si aggiungerebbe anche la gestione del rischio radiologico e dei rifiuti radioattivi.

E poi ci sono le scorie, l’uranio che l’Italia deve importare e la sicurezza. La guerra in Ucraina ha mostrato inoltre come gli impianti nucleari possano diventare punti estremamente delicati durante un conflitto.

Prima di parlare di “nuova generazione”, dunque, Cremona deve sapere esattamente che cosa si vorrebbe costruire, quanti reattori, con quale potenza, quanta acqua servirebbe e dove finirebbero i rifiuti radioattivi.