Per la prossima stagione sciistica si sta realizzando a Madonna di Campiglio, in località Montagnoli, un lago artificiale da 204.000 mc che garantirà innevamento a 70 km di piste (di cui alcune nuove). Approvato e benedetto dal Parco Adamello Brenta (il parco dell’orso)

 Vogliamo condividere con voi l’articolo pubblicato sul sito www.ruralpini.it  e condiviso anche sulla nostra pagina Facebook. Come abbiamo più volte affermato nei servizi e nei collegamenti telefonici dei nostri telegiornali, dietro la morte della povera Daniza si nasconde uno scempio ambientale e un business economico lagato al turismo invernale… Eccovi tutta la spiegazione di seguito!

Non si può capire il fallimento del progetto Life Ursus se non si parte dalle sue motivazioni, da chi lo ha promosso, da chi ne ha tratto vantaggio e chi danni. Se non si comprendono le contraddizioni tra l’immagine sbandierata dell’orso “Signore della Foresta” (come era presentato dallo stesso Servizio Foreste del Trentino) e realtà come la mela Melinda, proveniente da quella val di Non che è sì una culla dell’orso ma anche la culla di una monocoltura intensive con largo ricorso alla chimica o come le nuove devastanti piste da sci e impianti per l’innevamento artificiale realizzati nel Parco Adamello Brenta, il Parco dell’orso, con il consenso e la benedizione del Parco stesso.

Le contraddizioni esplosive che caratterizzano Life Ursus e il suo proseguimento hanno prodotto una situazione del tutto sfuggita di controllo. Da anni la Provincia autonoma di Trento, dopo averlo fatto proprio, ha “rinnegato” Life Ursus ma – e qui si aggiunge contraddizione a contraddizione – mantenendo in capo alla gestione della “partita orsi” i promotori di Life Ursus, lasciando che la linea politica di Life Ursus continuasse ad improntare la comunicazione, i rapporti con le popolazioni, la gestione concreta degli orsi e dell’impatto degli orsi con la popolazione, i contadini, gli apicoltori, i pastori, chi riene curati i masi.

La strategia comunicativa che ha sfruttato spregiudicatamente l’immaginario collettivo disneyano non è mai stata “rinnegata” dalla Provincia. Il perché è facile da intuirsi: questo marketing dell’orso faceva molto comodo a molti; a un “blocco sociale” localmente potente: agli esperti e ai consulenti, a chi – grazie all’orso – ha ottenuto ottimi posti di lavoro garantiti nell’apparato pubblico, a chi era incaricato di “vendere” il Trentino (le varie agenzie come Trentino s.p.a), agli albergatori delle più grosse località sciistiche, agli immobiliaristi, alle società degli impianti sciistici, a Melinda (la mela dei 40 trattamenti con pesticidi).

Ora chi ha furbescamente lisciato il pelo all’animalismo emotivo, ha di che dolersi amaramente. Chi semina vento… raccoglie tempesta.

Se presenti l’orso come un peluche vivente  non puoi aspettarti che il pubblico urbano (e urbanizzato) dei documentari naturalistici possa accettare che si abbattano animali così simpatici, così teneri e inoffensivi. Se il Parco Naturale Adamello Brenta mette in commercio il peluche di Daniza (firmato Trudy) non puoi pretendere che in città capiscano che il peluche, la mamma orsa, possa essere pericoloso e vada rimosso. Se lo tocchi si incazzano di brutto. E non hanno tutti i torti, poveretti.

La Provincia di Trento si è ampiamente tirata la zappa sui piedi perché ha fatto di tutto per convincere la gente che gli orsi sono innocui, non pericolosi, una manna turistica, una risorsa di marketing fenomenale. Ha anche commesso, con molta probabilità,degli abusi attraverso il personale del Servizio Foreste. Non sono pochi, infatti, sono i cittadini trentini che hanno lamentato di essere stati indotti dai forestali a non divulgare alla stampa episodi di predazione e, quello che è peggio, di attacchi alle persone o comunquesituazioni di pericolo di cui erano stati protagonisti o testimoni.

Tutto questa la Provincia furbastra lo sta pagando con gli interessi. Il problema è che vi è il rischio che paghino anche coloro che in Trentino non hanno avuto alcun beneficio dal programma di reintroduzione dell’orso e che, al contrario, gli interessi forti – che hanno lucrato bellamente sull’immagine dell’orso – ne escano senza danni. Come è possibile? Vediamo di capirlo.

Chi ha perso e chi ha guadagnato

Per capire perché le cose siano finite male (ma Daniza è solo l’inizio…) è sufficiente constatare che chi contribuisce al danno ambientale (nuove piste da sci che devastano aree di elevato valore naturalistico, agricoltura chimica con l’uso di pesticidi più elevato d’Italia) ha usato l’orso per un marketing territoriale che premiava le sue iniziative e i suoi prodotti.

Chi – come i pastori, i malghesi, la gente di montagna che sfalcia i masi e tiene qualche capo di bestiame – contribuisce, invece, a conservare con tanti sacrifici (e senza riconoscimenti e sostegni) l’ambiente di montagna, ha avuto gravi danni tanto da abbandonare malghe, cessare l’attività di allevamento. Ma più di tutti hanno pagato i poveri orsi (lo abbiamo detto in tempi non sospetti con un articolo di Ruralpini del 2012 ripreso da l’Adige) Poteva reggere l’equivoco? Il business dell’orso così impostato con quell’assimmetria di ripartizione sociale tra costi e benefici  poteva continuare?

Da una parte la propaganda della stessa provincia di Trento ha presentato l’orso come un peluche inoffensivo, la panacea per tutti i mali dell’ambiente, il vindice della natura incontaminata che ritorna e pretende spazio e risarcimento, l’automatico re guaritore che con i suoi poteri taumaturgici “guarisce” l’ambiente malato. Un sovraccarico esplosivo. Dall’altra chi vive in Trentino ha potuto toccare con mano che l’orso è stato usato come foglia di fico da interessi economici forti mentre non vi è stata alcuna sensibilità per l’impatto sociale dell’introduzione piuttosto brutale dei plantigradi, mentre non si è fatto nulla per costruire un’accettazione partecipata. Non ci volevano scienziati per capire come andava a finire.

Dopo un sondaggio demoscopico Doxa che comprendeva anche Trento città (ed eseguito tanto per accontentare la Ue) si sono comprati gli orsi in Slovenia e li si è lanciati nel PNAB. Poi il Dr. Groff ha organizzato degli incontri pubblici per spiegare che l’orso non è pericoloso ecc. In questi “il pubblico ha la possibilità di intervenire” (ma le relazioni, gli input informativi sono a senso unico e si “dimenticano” anche incontrovertibili informazioni scientifiche su casi recenti di incidenti mortali in Europa). Non c’è mai stato alcun contradditorio con chi sosteneva posizioni non gradite al Servizio Foreste (chissà se ora faranno un po’ di autocritica).

 Risultato (certo e prevedibile come 1 + 1 = 2):

1) l’accettazione sociale dell’orso in Trentino è crollata gradualmente ma inesorabilmente, la gente delle valli non crede alla Provincia ed è convinta che essa tenga nascoste delle prove sulla pericolosità degli orsi (si parla anche di due fungaioli precipitati in un dirupo in circostanze non chiarite). Così chiede – anche perché nel frattempo i turisti hanno paura e hanno cominciato a disertare o a manifestare inquietudine – che gli orsi vengano eliminati sino all’ultimo o, nell’ipotesi più moderata (di cui si è fatto interprete lo stesso Presidente della provincia) ridotti del 50%.

2) fuori dal Trentino, sollecitato da media e gruppi ambiental-animalisti, è crescito un movimento ombelicale pro orsi – oggi cavalcato da tutti i partiti politici e dal Palazzo – che pretende che essi siano intoccabili e che accusa la Provincia di Trento e la gente trentina senza distinzioni di incompetenza e crudeltà incitando al boicottaggio di tutto ciò che è trentino.

Morale: una situazione ingestibile e senza soluzione politica. La Provincia è tra due fuochi: valligiani sempre più incazzati, animalisti sempre più incazzati. Tra i due fronti nessuna possibilità di dialogo perché le relative posizioni dal rispettivo punto di vista sono “giuste”. Aggiungasi che la politica romana sta cavalcato il tutto chiedendo la rimessa in discussione dell’autonomia del Trentino (non dei privilegi, ma di quella autonomia di cui ha sacrosanto diritto e che – semmai – andrebbe estesa a Belluno, Sondrio, Ossola ecc.). Il Trentino (o meglio la sua classe politica) ha fatto anche l’errore di non cercare credibilmente alleanze con gli altri montanari e di rifiutare di condividere l’autonomia speciale con i vicini (dellai aveva fatto delle mosse puramente propagandistiche e tattiche prima di andare a Roma).

Così oggi, di fronte all’offensiva centralista, il Trentino dei furbi rischia di essere solo. Prima ancora di Daniza la destra al governo in Lombardia e Veneto (regioni che hanno non pochi motivi di risentimento con il Trentino) si è sparato addosso alla Provincia usando l’argomento degli orsi (“In Lombardia vogliamo il paradiso degli orsi, sono delusa dal Trentino che non mostra sensibbilità per questi animali” diceva l’assessora Terzi, leghista, cui forse nessuno ha ricordato che la Lega ha organizzato banchetti a base di carne ursina), similiter Zaia, il doge in sedicesimo.

In questi giorni di isteria collettiva, di rito di espiazione per la morte della Grande Madre ursina, parlamentari di “destra” e di “sinistra” hanno fatto a gara per lapidare il Trentino e chiedere che il Corpo Forestale dello Stato entri nella provincia autonoma come un corpo di occupazione militare in terra straniera e, armi alla mano, difenda gli orsi sostituendosi ai forestali trentini. Non è Rossi che deve dimettersi (si è trovato in mano il cerino) ma sono i suoi predecessori che dovrebbero presentarsi davanti alle telecamere e prendersi le loro responsabilità, che dovrebbero dire: “abbiamo fatto i furbastri, eravamo bamba”.

Alla radice

Per capire l’affaire orsi trentini ciò non c’è nulla di meglio di constatare cosa succede in questi giorni nel cuore del Parco dell’orso, di verificare come stia tutelando l’ambiente il soggetto che ha dato il la a Life Usus: il Parco Naturale Adamello Brenta.

 

Alla radice di tutti i guai c’è Life Ursus, c’è il PNAB. Il PNAB è larga parte del problema e del disastro perché ha usato sfacciatamente gli orsi per promuoversi (abbiamo visto i peluche venduti dal Parco). Per farlo non ha anche esitato a mettere in mostra gli orsi negli zoo (pudicamente definiti centri visitatori per finalità educative).

Resta il fatto che confinare gli orsi in spazi limitati, come possono intuire anche i non esperti, è una crudeltà. Aggiungasi che le orse dello zoo di Spormaggiore sono state castrate per evitare che i maschi in fregola saltassero acrobaticamente la recinzione attirati dalle femmine in estro e creassero pericolosi casini (è il caso di dirlo). Un vero amore quello per gli orsi da parte del Parco, vero?

Ma veniamo all’amore del Parco per il proprio territorio. Se intendiamo il Parco come amministratori, dirigenti, funzionari, burocrazia, allora le cose sono ben diverse. Amano sinceramente il Parco, ovvero sé stessi, i loro interessi, le loro tasche, le tasche degli amici e degli amici degli amici. Il Parco dovrebbe tutelare l’ambiente e invece, approva e benedice la sua devastazione.

Nell’area del Parco è stato realizzato il collegamento funiviario tra Pinzolo e Madonna di Campiglio. Per ottenere finanziamenti pubblici che, in Trentino – grazie all’escamotage di Trentino sviluppo S.p.A.- aggirano le norme europee sugli aiuti di Stato e arrivano all’80-100%, i furbi amministratori pubblici (locali e provinciali) hanno motivato gli investimenti con la “mobilità sostenibile” (la gente lascia la macchina e va in cabinovia, cosa che poi non è accaduta).

In sede progettuale la realizzazione degli impianti a fune (60 milioni di €, ovvero più del capitale di Pinzolo funivie, gravata peraltro da forte deficit) veniva presentata come un intervento virtuoso e si escludeva categoricamente la realizzazione di nuove piste. Come era facile prevedere, però, la richiesta di autorizzazione di nuovi impianti è arrivata puntuale e il Piano territoriale della comunità delle Giudiciarieha prontamente preso atto, prima in una bozza e poi nel piano definitivo, di questi desiderata delle società degli impianti.

Alcuni sono già stati realizzati (zona cinque laghi) per la stagione sciistica nel 2013/2014, altri – oggetto di pesante contestazione – sonostati approvati nel 2014 dopo il parere positivo (figuriamoci se non lo era) della società pubblica di consulenza Agenda 21.

 

Pesanti impatti ambientali

 

Con queste nuove piste, che interessano l’area di Serodoli, si crea un collegamento, sci ai piedi, Pinzolo- Madonna -Marilleva (val di Sole). Ma il prezzo da pagare è elevato in termini di immagine e di impatti concreti sull’ambiente. Di fronte a piste che vanno a incidere su un sito di interesse comunitario (SIC) e su una riserva integrale e comunque con riconosciuti ambiti di grande valenza naturalistica, paesaggistica, etnografica, affettiva per tanti escursionisti trentini, gli ambientalisti e, soprattutto, la SAT (società alpinistica trentina) hanno manifestato una forte contrarietà e anche il Parco ha espresso un parere negativo.

Su altre piste già realizzate o approvate, però, il Parco ha espresso parere favorevole.

Esse hanno comportato estesi disboscamenti facendo a fette i boschi. Si tratta di interventi che nella loro realizzazione (ruspe, cantieri, rumori) disturbano pesantemente la fauna selvatica, anche il sacro orso che è il totem nel Parco. Però si fa finta di nulla.

Ma agli amministratori e alla burocrazia del parco interessa qualcosa dell’orso? Crediamo di no. Di certo non si curano per nulla  di un’altra splendida specie, emblema dell’avifauna alpina: il Gallo cedrone. Il Gallo cedrone è specie vulnerabile, in regressione sull’arco alpino.

In relazione alla sua particolare biologia esso è esposto pesantemente ai disturbi e alle modificazioni dell’habitat, massimamente agli sconvolgimenti da parte dell’uomo.

Ma il Gallo cedrone non suscita quelle pulsioni ancestrali, quelle tempeste emotive, quei meccanismi di identificazione di cui è capace la rappresentazione (l’animale in carne, ossa epelliccia è ovviamente un’altra cosa) dell’orso. Orso e archetipi, immaginario umano sono indissolubilmente legati. È materiale esplosivo. Ma nessuno ha chiesto il parere di antropologi, psicanalisti. Gli orsologi sono depositari di un sapere autoconsistente e autoreferenziale. Bastava la loro scienza infusa.

Non ci saranno mai manifestazioni, petizioni, interrogazioni parlamentari per il Gallo cedrone.

A chi sta a cuore la montagna, però, il Gallo cedrone sta molto a cuore. Siamo pochi, pazienza. Ovviamente esperti ben pagati, come nel caso di tantissimi progetti che devastano il territorio, sono pronti a giurare che non vi sarà nessun danno, nessun disturbo per la fauna selvatica. Chi ha presente cosa significhi un cantiere in alta montagna, i boschi fatti a fette dalle piste da sci e la presenza degli sciatori (che vanno sempre più spesso anche fuori pista), dei gatti delle nevi battipista può ben immaginarsi che non è vero. Ma ciò che è particolarmente scandaloso è il parere favorevole del Parco alla realizzazione del lago artificiale di Montagnoli.

Un lago artificiale per innevare 70 km di piste da sci industriale

 

Per battere la concorrenza di altre località, specie al Nord delle Alpi e in sud Tirolo, dalle parti di Madonna di Campiglio hanno ritenuto, dopo la realizzazione delle nuove piste, che fosse venuto il momento opportuno di realizzare un mega invaso in località Montagnoli per l’accumulo dell’acqua da utilizzare per la produzione di neve artificiale.

Mica si sono fatte le funivie e le cabinovie per la “mobilità sostenibile”. A quelle cose lì ci crede solo la Bella addormentata nel bosco perché neppure Biancaneve, consigliata dai nani che di montagne se ne intendono, ci casca.

Non c’è nulla di sostenibile nella realizzazione di questo enorme invaso, nella produzione della neve artificiale (in termini energetici), nelle conseguenze della neve artificiale sulle caratteristiche idrologiche del terreno, ecc. Ma, come sappiamo bene, la “sostenibilità” è solo un imbroglio con il quale gli interessi economici forti riescono a realizzare tutto quello che vogliono con, in sopramercato, il vantaggio non trascurabile che possono mettere i bastoni tra le ruote a quegli interessi deboli che non hanno la capacità e le risorse per fruire dei trucchi di cui si possono avvalere loro, le forze che si propongono di sfruttare e devastare senza scrupoli i territori. Se hai i soldi puoi dimostrare che non c’è mai nessun impatto, anzi tutto migliora l’ambiente: le autostrade, la TAV, le centrali nucleari, le biomasse, le trivelle, gli stoccaggi del gas, ecc. Sono le magie moderne. Abracadabra. Qualche formula scientifica usata più o meno a proposito. Esteso taglia e incolla e paroloni altisonanti. E la magia è servita: la merda diviene oro.

La montagna usata senza scrupoli

Il bacino artificiale avrà una capacità di 204.000 m³ che consentirà di innevare artificialmente 70 km di piste in pochi giorni. La società delle Funivie di Madonna è orgogliosissima di questa realizzazione e se andate sul sito mette in evidenza la fotogallery convinta che i suoi clienti siano entusiasti (andate a vedere prima che si accorgano del boomerang delle immagini della devastazione esibite con fierezza).

Per realizzare il lago artificiale questa estate sono stati effettuati scavi per 100.000 m³ di materiale (come testimonia la documentazione fotografica. Il Parco, a differenza dell’immagine ambiental-buonista costruita a vantaggio dell’ingenua opinione pubblica ambientalista urbana (e avallata anche da quel mondo ambientalista che poi protesta – o finge di protestare – contro certi scempi), ragiona nello stesso modo con cui ragionano gli altri enti del territorio, tutti condizionati dall’intreccio di interessi costituito dall’edilizia e dalle società delle funivie (e dalla politica).

La società Funivie Pinzolo in sede di discussione sulle nuove piste esponeva con chiarezza il suo pensiero: “Lo sci è l’unica possibilità per garantire reddito ed occupazione in Val Rendena”. Fanno finta di essere su un altro pianeta, dove la pratica dello sci (quello costoso dei giornalieri) non è in calo verticale.

È comunque la stessa cosa che dicono in Veneto e in Lombardia dove, per fortuna, i soldi pubblici non sono così abbondanti come nel Trentino di Mamma Provincia e le devastazioni e gli sperperi di denaro pubblico sono minori. Gli enti pubblici, legati agli interessi forti da mille fili, attraverso gli amministratori, sostengono la stessa cosa ma in modo più sfumato.

Il presidente del Parco, per giustificare la devastazione a Montagnoli diceva: “Il Parco deve essere assolutamente attento a quello che è la conservazione del territorio ma deve essere anche attento agli interessi economici della valle. Questo è un intervento di utilità pubblica condiviso con il comune di Ragoli, con la comunità delle Regole Spinale Manez, con la Provincia, e con tutti gli altri enti interessati“. Tutti i compari sono d’accordo e quindi anch’io Parco mi allineo. Una logica ecologica e un’etica che non fanno una grinza (ovviamente dal loro punto di vista).

La decisione del parco di dare il suo consenso alla devastazione veniva annunciata il 30 novembre 2013 nei seguenti termini:

La giunta esecutiva delibera di autorizzare, per la parte dell’opera rientrante all’interno del territorio del Parco Naturale Adamello Brenta, il progetto per la realizzazione di un invaso a cielo aperto per lo stoccaggio d’acqua ad uso innevamento programmato in loc. Montagnoli in deroga al Piano del Parco

“Deroga” è la parolina magica. Al contadino che chiede una deroga per interventi microscopici si risponde picche citando i sacri principi di tutela ambientale. Lo si sevizia costringendolo aportare chili di documentazione firmata da professionisti. Ma se l’intervento è grossoallora c’è la deroga. La decisione è stata approvata con 5 favorevoli (Presidente Caola Antonio e Assessori Masè Gilberto, Gusmerotti Roberto, Ghezzi Giovanni, Rambaldini Ivano) e 3 contrari (Vice Presidente Pezzi Ivano e Assessori Pozza Rodolfo, Scrosati Giuseppe).

Una spirale perversa

La logica perversa dei nuovi impianti, avallata dal Parco, non farà che portare a richieste di ulteriori potenziamenti e alla costruzione o ristrutturazione di nuovi locali, rifugi, bar, sempre più grandi. Mentre si esalta l’orso, che non deve essere disturbato (vedi le minacce e gli insulti al povero raccoglitore di funghi di Pinzolo) si incentiva la frequentazione della montagna anche alle alte quote, anche in inverno (quando gli orsi vorrebbero poter… riposare in pace). C’è coerenza in questa politica del Parco che lascia che l’orso scacci i pastori ma porta in montagna le discoteche? Dite voi.

Finché c’è la droga dei soldi pubblici facili di Mamma Provincia il ciclo perverso continuerà. E le proteste di un ambientalismo che è partner di tanti, troppi, progetti con le istituzioni e che si è fatto esso stesso istituzione non morderanno mai, saranno solo rituali.

Sarebbe però bello che qualcuno tra i tantissimi che si stracciano le vesti per la morte dell’orsa Daniza riuscisse a capire qualcosa del contesto in cui si è sviluppata la tragica farsa degli orsi trentini e a indirizzare la propria protesta in modo mirato e consapevole.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata