È stato presentato l’ennesimo studio per fermare l’Alzheimer eseguito su animali, nonostante tanti fisici, biologi e medici considerino inutile e senza effetto questa moetodologia di sperimentazione. I motivi della loro inefficacia sono legati alle differenze del patrimonio genetico e al fatto che l’uomo non possa essere considerato un roditore di 70 kg. L’Università di Milano Bicocca, in collaborazione con l’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ di Milano, ha brevettato le nanoparticelle che eliminano le placche della proteina ritenuta responsabile di quella che è considerata la più comune forma di demenza. Le nanoparticelle sono state somministrate ai topi, che costituiscono, secondo i ricercatori, un modello animale di Alzheimer. Dal momento che sono state testate solo su questi innocenti esseri viventi, non ci sono ancora applicazioni nell’uomo e quindi, il successo della ricerca, non può essere, per ora, confermato.

Anche in America si cerca una via per sconfiggere questa malattia, ma le strade percorse non prevedono l’inutile sacrificio degli animali. Rudolph Tanzi, ricercatore del Massachussets General Hospital di Boston è riuscito a riprodurre per la prima volta gli effetti della malattia sui neuroni in laboratorio, creando un modello umano che permetterà di testare i farmaci senza le limitazioni di quelli sperimentati su animali. I neuroni utilizzati da Tanzi sono stati ottenuti a partire da cellule staminali embrionali e poi modificati per inserire un gene responsabile della metà dei casi di Alzheimer e, quindi, sono stati fatti crescere in laboratorio in un gel. Dopo sei settimane il loro comportamento era quello tipico dei neuroni di un paziente, con le placche e gli “ammassi” di proteine tipici della malattia. Tanzi afferma come la non tossicità per l’uomo non sarebbe possibile da provare con i modelli animali usati ora. Oltre ad allungare i tempi, il modello di topo ha delle gravi controindicazioni. ”L’Alzheimer si manifesta secondo tre tratti biologici, la deposizione di proteine amiloidi, la neurodegenerazione associata alla proteina tau e poi i sintomi clinici che conosciamo – spiega Giovanni Frisoni, direttore del Centro nazionale Alzheimer di Brescia e uno dei partecipanti italiani allo Human brain project europeo – i modelli di topo che abbiamo hanno solo la prima, o ne hanno due ma che si manifestano in modo diverso rispetto all’uomo. In particolare la neurodegenerazione, che è il fenomeno che ci interessa di più, non viene riprodotta nei topi. Questo è esattamente il modello necessario per testare i farmaci antiamiloide che speriamo rallentino la neurodegenerazione e ritardino o impediscano la comparsa dei sintomi”.

E’ doveroso ricordare che, da anni, in Italia, tra mille difficoltà i ricercatori di “I-Care” (Centro Internazionale per le Alternative nella Ricerca e nella Didattica) cercano di portare avanti una scienza che “non uccida e non provochi sofferenza” attraverso la sperimentazione con metodi alternativi che non prevedono il sacrificio di animali. A fine settembre, presso l’Università di Genova, si è tenuto il primo corso incentrato su come le nuove emergenti tecnologie possano rafforzare l’interpretazione e l’applicazione di metodi in vitro nella ricerca tossicologica.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata