Alcuni pescatori coraggiosi hanno deciso di denunciare la realtà che circonda la pesca industriale del tonno: nelle sequenze del video realizzato selezionando foto e ore di filmati simili girati nell’Oceano Indiano si vede come l’uso delle reti a circuizione con FAD (Fish aggregating device, ossia sistemi di aggregazione per pesci) aumenti la possibilità che in trappola finiscano non solamente tonni, ma anche molte altre specie come squali e tartarughe. Se l’industria del tonno in scatola continuerà a usare tonno pescato con questi metodi distruttivi, sempre più animali verranno inutilmente catturati e ributtati in mare, morti,  feriti e comunque destinati a morire, come dimostra questo video pubblicato sul sito di Greenpeace. Con i FAD infatti le catture accessorie delle reti a circuizione aumentano di 3 o 4 volte, con stime che si aggirano intorno a 100mila tonnellate l’anno. Nelle reti finiscono anche esemplari giovanili di diverse specie di tonno compromettendo ancora di più il futuro di questi stock. L’industria del tonno in scatola – il cui consumo solo in Italia raggiunge ben 140mila tonnellate all’anno – sta contribuendo alla crisi dei nostri oceani, rifornendosi da flotte che praticano questo tipo di pesca.

Non lasciamo che svuotino i nostri oceani: chiediamo alle aziende leader del mercato italiano e mondiale, da MWB – Mareblu a Bolton-Riomare, di smettere di usare nelle proprie scatolette tonno pescato con i FAD. Ci hanno promesso che avrebbero puntato sulla pesca sostenibile: ora devono dimostrare ai consumatori di tenere fede ai propri impegni!

Inoltre, dal sito “Lega Consumatori Rimini”, si capisce poi come la scritta “Dolphin free” non preservi la vita di altri pesci: è stato calcolato che, per colpa dei FAD, ossia l’usi di queste reti a circuizione con sistemi di aggregazione per animali acquatici, ogni anno vengano uccise 100.000 tonnellate di altri animali, perché nelle reti finiscono altre specie diverse dai tonni che, successivamente, vengono poi ributtate in mare morte o comunque destinate a non sopravvivere. Ecco la spiegazione del sito: “Pensare di avere la coscienza a posto quando si scelgono marchi di tonno in scatola che riportano il logo  “dolphin free” è un altro errore. Questa dicitura è comparsa circa una ventina di anni fa dopo un’intensa battaglia degli ambientalisti statunitensi. In Atlantico, i delfini cacciano spesso insieme a banchi di tonno, per questo motivo i pescatori sfruttavano l’avvistamento dei delfini per catturare i pesci. Quando ci si rese conto che nelle reti finivano indiscriminatamente tonni e mammiferi marini, l’opinione pubblica si indignò e riuscì a interrompere questa barbarie. Il logo “dolphin free” sta a simboleggiare l’assenza di carne di delfini nella scatoletta di tonno. Oggi, però, il problema è un altro: i pescatori si sono trovati a dover abbandonare la vecchia tecnica di avvistamento e ne hanno trovata un’altra in cui utilizzano i FAD, ossia oggetti galleggianti lasciati alla deriva per alcuni giorni che attraggono, oltre ai tonni, anche molti altri animali di mare aperto che amano nascondersi al di sotto di queste strutture. Quando i pescatori recuperano il FAD e tutti i suoi “ospiti”, nella rete finiscono anche tartarughe marine, squali, mante ed esemplari giovanili di tonno.  E’ stato calcolato che, per colpa dei FAD, ogni anno vengano uccise 100.000 tonnellate di altri animali. Morale della favola: le scatolette dolphin free sono effettivamente prive di carne di delfino ma causano la morte di migliaia di altri animali marini. Ne vale davvero la pena?

 

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