La rivoluzione agricola del Burkina Faso passa attraverso i sassi. Grazie a una tecnica semplicissima, in 30 anni, il Paese è riuscito a combattere con successo la desertificazione. La chiave di volta è lo “zai”, cordoni di rocce formate da pietre, non più grandi di un pugno, disseminati nei campi coltivati per controllare e rallentare il flusso delle precipitazioni evitando che contribuisca all’erosione e all’impoverimento dei campi. Come spiega Paulin Drabo, agronomo del Burkina Faso. “Si tratta di portare le pietre necessarie per costruire piccole barriere, filari di rocce per trattenere e frenare la velocità e il ruscellamento delle acque e consentire all’acqua d’infiltrarsi nel suolo e permettere così alle piante di crescere e consolidarsi”. Una tecnica antica che funziona a meraviglia nelle regioni aride del Sahel, la fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana che corre tra il Sahara a nord e la savana del Sudan a sud e tra l’Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Lo “zai” consente raccolti abbondanti e regolari. “Ho una famiglia di 11 persone”, sottolinea un contadino del Burkin, ” Ma se oggi venite a casa mia troverete i granai pieni grazie alla tecnica dei cordoni rocciosi che ci hanno insegnato”. Tra i 200 e i 300mila ettari di terreni agricoli, una zona grande grosso modo come la Valle d’Aosta, sono stati recuperati e resi coltivabili. Ma servono più finanziamenti per estendere l’iniziativa ad altre regioni del paese.Perché non si tratta solo di risorse alimentari. Il Burkina Faso sta subendo un massiccio esodo rurale e in un paese in cui il 60% dei 17 milioni di abitanti ha meno di 25 anni lo “zai” potrebbe favorire il radicamento dei giovani nelle campagne.

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