In primavera una retata delle forze speciali ha messo in luce questi e altri problemi.

Un convoglio di dieci tra fuoristrada dell’epoca sovietica e furgoni più recenti, si è spinto nella foresta vicina a Dubrovycja, trasportando agenti armati e col volto coperto. Una sentinella nascosta tra la vegetazione ha telefonato ai cavatori e li ha avvertiti per tempo.

Quando la squadra ha trovato il giusto sentiero tra i boschi, più di trenta cavatori bloccavano la strada. Hanno affrontato con rabbia la polizia armata sostenendo che non avevano alcun diritto di privarli della loro fonte di sostentamento.

Il convoglio ha forzato il blocco ma i cavatori avevano trattenuto la polizia abbastanza a lungo da riuscire a nascondere le preziose pompe idrauliche. I poliziotti si sono dispersi nel bosco e sono stati inseguiti da una gang di motociclisti a petto nudo.

L’impeto si è del tutto smorzato quando la polizia è stata fermata dai cavatori, oltre 200 uomini che bloccavano la strada. La maggior parte di loro, furiosa, si è rifiutata di parlare. Mentre stavano seduti sull’erba, aspettando che il comandante della polizia negoziasse con il capo del vicino villaggio, è esplosa la rabbia di uno di loro.

“Ho otto figli. Cosa dovrei fare per sfamarli?” ha urlato Sasha (42), originario dal vicino paese di Netreba. “Qui la terra è cattiva. Cosa possiamo seminare? Non cresce il mais né qualunque altra cosa, eccetto un po’ di fieno e di grano”.

 

Alle parole hanno fatto eco le risate e i cenni di assenso degli altri cavatori seduti sull’erba, i vestiti inzaccherati di sabbia. “Se non fosse per una mucca, alcuni maiali e gli scavi dovrei masticare il legno”.

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