Finalmente possiamo dire di essere davvero vicini ad una soluzione del melanoma con nuovi trattamenti  dove l’Italia è protagonista nella ricerca. Come vediamo dal congresso degli oncologi europei in corso a Madrid è arrivata la notizia di un trattamento che promette di cambiare la storia della malattia. Per la prima volta, grazie alla combinazione di due anticorpi monoclonali, il 58% dei pazienti è vivo tre anni dopo la diagnosi. Si apre così anche per questo tumore, fino a pochi anni fa una condanna a morte, la strada della cosiddetta cronicizzazione, ovvero la possibilità di conviverci per anni. Questi i dati di uno dei tre studi che hanno testato i due farmaci immunologici sul cancro della pelle. Altri dati sottolineano che, se si confrontano l’ipilimubab e il più recente nivolumab, è quest’ultimo a risultare più efficace, essendo capace di ridurre la progressione della malattia nel 35% in più dei malati. Ecco in dettaglio le novità.

Il New England Journal of Medicine ha pubblicato ieri i risultati dello studio CheckMate-238. Nei quali viene dimostrato come il trattamento precoce con l’immuno-oncologia può determinare benefici a lungo termine nei pazienti colpiti da questo tumore della pelle.

“Il trattamento con nivolumab ha evidenziato una riduzione del rischio di progressione della malattia del 35% rispetto a ipilimumab, la prima molecola immuno-oncologica approvata. Sono stati arruolati 906 pazienti, di cui 30 a Napoli: tutti con malattia in stadio IIIb/c o VI dopo resezione chirurgica completa”. ha spiegato Paolo Ascierto, direttore dell’unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del ‘Pascale’ nonché senior author dello studio.

Questo è un risultato straordinario, rafforzato dalla minore tossicità del nivolumab, che ora promette di rivoluzionare la pratica clinica. Nel 2016 in Italia sono state registrate 13.800 nuove diagnosi di melanoma. Ora però si aprono nuove prospettive nella terapia adiuvante, che segue cioè l’intervento chirurgico per ridurre il rischio di recidiva.

“I tassi di sopravvivenza libera da recidiva a 18 mesi nei gruppi trattati con nivolumab e ipilimumab sono risultati rispettivamente pari al 66,4% e al 52,7%. Va inoltre sottolineato che nivolumab ha raggiunto questi risultati indipendentemente dallo stato mutazionale del tumore”.   prosegue Ascierto

Invece a Madrid, l’istituto partenopeo si è messo in luce anche per un secondo lavoro  – CheckMate-224020 – che ha coinvolto più di 200 pazienti colpiti da diversi tipi di tumori solidi.

“Il Pascale ha contribuito a 39 dei 68 pazienti con melanoma, diventando così il centro con la maggiore esperienza al mondo su questo tipo di malati. Il 46% di questo sottogruppo versava in condizioni cliniche molto difficili: era costituito da persone che avevano evidenziato una progressione della malattia dopo una precedente terapia immuno-oncologica. La sfida era rappresentata proprio dalla possibilità di ‘recuperarli’ alla cura”. rivela Ascierto, lead author di questa ricerca.

La combinazione di nivolumab (che inibisce l’azione di una molecola che frena il sistema immunitario, PD-L1) con relatlimab, una nuova molecola immuno-oncologica che inibisce l’azione di un altro checkpoint, LAG-3, un altro freno del sistema immunitario, ha permesso di ottenere una tasso di risposte complete pari all’11,35%.

“Il ruolo di LAG-3 è rilevante: i pazienti che esprimono questo recettore nel tessuto tumorale hanno presentato risposte decisamente migliori. In particolare il tasso di risposte obiettive in questi malati è stato del 18%” precisa Ascierto.

Non è tutto: la conferma dell’efficacia della combinazione nivolumab e ipilimumab c’è stata anche in un’altra ricerca (CheckMate-067) che ha coinvolto 945 persone. “Il 58% dei pazienti trattati con la combinazione è vivo tre anni dopo la diagnosi. È un dato senza precedenti che rende concreta la possibilità di cronicizzare il melanoma in più della metà dei casi perché sappiamo che dopo 36 mesi le percentuali di sopravvivenza si mantengono stabili nel tempo. Inoltre a tre anni il 59% dei pazienti trattati con la combinazione era libero dalla necessità di ulteriori terapie” conclude Ascierto.

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