Diminuzione dell’ossigeno negli oceani entro 2030

L’acqua ricopre il 70% del globo terracqueo e serve a fornire l’ossigeno necessario a garantire la vita sulla Terra. Quello che emerge è da uno studio  “Finding forced trends in oceanic oxygen” è sconvolgente, pubblicato su Global Biogeochemical Cycles da Matthew Long, del National Center for Atmospheric Research, Curtis Deutsch, della School of Oceanography dell’università di Washington, e Taka Ito, dell’Earth and Atmospheric Sciences del Georgia Institute of Technology.

Appunto tra qualche anno gli oceani potrebbero non respirare più e così tutte le specie marine che ci vivono. Porterebbe ad una riduzione della quantità di ossigeno disciolto negli oceani causata dal cambiamento climatico, già visibile in alcune parti del mondo e tra il 2030 e il 2040 sarà evidente in vaste regioni marine.

Soprattutto il riscaldamento climatico incite notevolmente sui delicati equilibri del nostro pianeta e, in questo caso, sta riducendo gradualmente l’ossigeno nell’oceano, mettendo a repentaglio la sopravvivenza di pesci, crostacei, molluschi e stelle marine.

“La perdita di ossigeno nel mare è uno dei gravi effetti collaterali del riscaldamento dell’ambiente ed è una grave minaccia per la vita marina. Dal momento che le concentrazioni di ossigeno nel mare variano naturalmente a seconda delle variazioni dei venti e della temperatura in superficie, è stato impegnativo attribuire la deossigenazione ai cambiamenti climatici. Ma con questo studio è stato possibile provarlo, riuscendo anche a indicare quando l’impatto del cambiamento climatico andrà a sopraffare il normale andamento naturale” ha spiegato il dottor Matthew Long.

L’intero oceano prende il suo apporto di ossigeno dalla superficie, sia direttamente dall’atmosfera che dal fitoplancton che rilascia ossigeno nell’acqua attraverso la fotosintesi. Tuttavia, con il riscaldamento le acque superficiali assorbono meno ossigeno. E questo ha due risvolti negativi.

Per prima cosa, l’ossigeno assorbito difficilmente riesce a raggiungere le profondità degli oceani e questo perché l’acqua surriscaldata, espandendosi, diventa più leggera dell’acqua sottostante e quindi ha meno probabilità di andare a fondo. Procedimento che, invece, verrebbe agevolato dalla presenza di acqua fredda, dal normale alternarsi di correnti fredde e calde e dal variare della temperatura.

“Inoltre una temperatura elevata dell’acqua, mai soggetta a variazioni, agevolerebbe l’insorgere di “zone morte” in mare, dove i pesci e altra forme di vita marina non potrebbero sopravvivere” come dichiarato dagli studiosi.

Infatti alcune zone possono già essere considerate “morte”: “Parte dell’Oceano Indiano meridionale, alcuni bacini del Pacifico tropicale orientale e dell’Atlantico”. Spiegato i ricercatori “una più diffusa deossigenazione causata dai cambiamenti climatici potrà essere rilevabile tra il 2030 e il 2040”.

Questo pericolo sarà pienamente visibile, a partire dal 2100, anche in altre zone dell’oceano, comprese quelle al largo delle coste orientali dell’Africa, dell’Australia e del Sud-Est asiatico.