In questa puntata di Laboratorio Salute faremo un viaggio introspettivo.

Vi presentiamo Martina Mamani – SiwarQoyllur (Messaggera delle stelle), sciamana peruviana attraverso la traduzione di Luigi Jannarone.

 

Martina Mamani, guida spirituale della comunità indigena di Raqchi in Perù e guardiana del tempio di Wiracocha, gestisce varie comunità nella regione del Cusco, cercando di reintrodurre le ritualità degli antenati e il recupero delle antiche conoscenze della medicina tradizionale andina. Viaggia in tutto il mondo facendo valere la voce e i diritti di Madre Terra. E’ in Italia da circa un mese per conferenze e seminari in molte città: Milano, Alessandria, Torino, Genova, Brescia, Roma, Napoli, Ragusa accompagnata da Luigi Jannarone.

Martina è nata nel tempio di Wiracocha, nella comunità di Raqchi, provincia di Canchis, distretto di Sicuani, San Pedro, Cusco.

I suoi genitori sono di Raqchi e sono stati i guardiani del tempio di Wiracocha per molti anni, come la sua famiglia di generazione in generazione. Loro vivevano lì, nel tempio stesso, custodendo, conservando e preservando la saggezza andina, il tema fondamentale dello sciamanesimo.

La parola sciamanesimo viene tradotta come medicina o Llachay Nioq in quechua che significa “I grandi saggi”. Tutta la famiglia di suo padre ha vissuto nel tempio di Wiracocha; adesso suo padre ha 94 anni. Nel 2000 l’l.N.C. (Istituto Nazionale di Cultura) ha reso il tempio un sito archeologico e così li hanno sfrattati, dicendo che lo avrebbero preservato e mantenuto loro e che avrebbero fatto alcune manutenzioni. Da quel momento vivono nello stesso paese, a circa 50 metri dal tempio.

Questo complesso incredibile era densamente popolato, a “tambo” di vaste dimensioni, che si estendeva per 264 ettari. Il complesso comprende case, templi, palazzi, osservatori astronomici, negozi di alimentari e mura. E’ situato sul lato destro del fiume Vilcanota fra i 3450 e i 3550 metri s.l.m.
Inoltre il Tempio di Wiracocha é una delle costruzioni più misteriose di tutto il Cusco, un complesso unico di colonne a forma cilindrica e 4 navate. Non esiste un altro complesso come questo.

Da quando era bambina, siccome i suoi genitori erano maestri curanderi, ha sempre vissuto in questo modo in casa con tutti i miei fratelli. Ricorda che ad ogni Luna nuova, purificavano la casa e cenavano alle 7 di sera: poi, dopo la cena, si riunivano dove avevano un altare di pietra in casa e lì si sedevano in cerchio. Suo padre si accomodava in mezzo. L’altare di pietra era piatto, lucido e piuttosto grande al quale era stato dato il nome di “Ruana Rumi” che significa pietra, pietra da lavoro.

Lì suo padre faceva le offerte sacre: si sedeva, aveva una specie di panchina anch’essa di pietra, si sistemava e iniziava la cerimonia. La Ruana Rumi non si è mai mossa dal suo posto; poi l’anno interrata ma sta ancora lì, nel tempio, ovvero nel sito archeologico. Quindi suo padre si metteva lì quando faceva le letture (delle foglie di coca) o quando faceva le offerte. Suo padre curava con pietre che erano molto consumate. Quelle che si erano spaccate le riduceva in polvere e le faceva prendere alle persone a seconda del problema.
Suo padre era anche artigiano, lavorava la ceramica: Sañoruy (quello che fa i vasi di terracotta). Quando venivano persone a chiedere la medicina, usavamo questa stessa pietra per molare le piante: quindi questa pietra serviva per tutto tranne che per mangiare. Papà non ci ha mai lasciato mangiare lì, era per i momenti sacri, per quello si utilizzava la pietra. Anche gli antenati la utilizzavano perché in mezzo era tutta consumata. È stata molto usata: è stata utilizzata fin dal tempo degli Inca e i suoi nonni e bisnonni, anche loro l’hanno sempre usata così. Ha vissuto così: questo spazio di guarigione era la sua vita quotidiana e si è resa conto di far parte di questo cammino quando in molti venivano a chiederle di leggere le foglie di coca. Era rimasta l’unica a fare le letture. Poi c’è stata una sorta di rivolta contro la loro famiglia nel 1986: incominciarono a dire che erano cattivi, servitori del demonio, degli stregoni sciamani.

Negli anni ’90 i suoi genitori le passarono tutti gli insegnamenti della tradizione. Crescendo ha avuto la sua prima figlia a 22 anni, e nell’anno 1994 si è resa conto che stava entrando nella medesima situazione: iniziarono a emarginare anche lei e allora i suoi fratelli non ne vollero sapere più niente di queste cose, volevano essere persone normali, non volevano più portare avanti la medicina tradizionale e non volevano interessarsi di niente. Ancora oggi i suoi fratelli sono così, sanno tutto ma hanno deciso di non praticarlo. Lei però amava la medicina.

Così solo guardando, sentiva la coca che le parlava, e da allora si è dedicata alla lettura.

Anche sua madre è curandera, lavora con le piante e con l’elemento acqua. Il suo prozio lavorava con il fuoco.

Mamani riesce a curare la coscienza e cercare di capire cosa è successo negli anni passati, e in quelli in cui siamo adesso. Questa è la prima cosa su cui bisogna pensare e riflettere per avere la risposta.

 

Contatti:

Luigi Jannarone

Martina Mamani

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