Demenze: in media passano 2,1 anni per ricevere la diagnosi corretta, cifra che migliora leggermente in Italia con 1,6 anni. A questo dato si aggiunge il 25% dei malati a cui viene diagnosticata inizialmente un’altra condizione medica, percentuale che sale per gli italiani al 31,9%. Una volta poi stabilita la diagnosi corretta, si è registrato tra i malati un 53% di demenza lieve, 36% moderata, 4% grave; quasi la metà dei familiari (47% nel complesso e ben il 52,1% in Italia) credono che il tasso di diagnosi sarebbe risultato migliore se valutato più tempestivamente. È il Parlamento Europeo la sede scelta da Alzheimer Europe, l’organizzazione che riunisce 40 Associazioni Alzheimer nel nostro continente, per presentare il nuovo “European Carers’ Report 2018”. Tra i protagonisti della ricerca che ha portato a questo nuovo Rapporto c’è anche l’Italia, presente a Bruxelles all’incontro di martedì pomeriggio con una rappresentanza della Federazione Alzheimer Italia. Il Rapporto è stato redatto da Bob Woods – professore di Psicologia Clinica presso l’Università di Bangor (Galles, Regno Unito) e direttore del Dementia Services Development Centre Wales – sulla base dei sondaggi effettuati nel 2017 dai 5 Paesi ( l’Italia, insieme a Scozia, Olanda, Repubblica Ceca e Finlandia) che hanno raccolto l’esperienza di carer e familiari di persone con demenza nei loro territori. Oltre al ritardo nell’individuazione della diagnosi, significative differenze sono presenti tra i Paesi europei anche nella comunicazione della diagnosi alla persona con demenza: se nel 59,3% dei casi in Italia la persona non è stata informata della malattia, la percentuale scende al 23,2% in Repubblica Ceca, all’8,2% nei Paesi Bassi, al 4,4% in Scozia e all’1,1% in Finlandia. Questo “primato” italiano viene commentato da Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia: “Una diagnosi tempestiva insieme al coinvolgimento del malato nelle decisioni che lo riguardano e all’ascolto delle sue esigenze sono fondamentali per combattere l’esclusione sociale e lo stigma, per assicurare dignità e migliorare la qualità di vita dell’intera famiglia coinvolta”. Infine, il supporto post-diagnostico, in Italia si registra la maggiore insoddisfazione sulle informazioni ricevute. 

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