Con 1.680 donatori e 3.718 trapianti, il 2018 è stato il secondo miglior anno di sempre in Italia per la donazione e il trapianto di organi. Un risultato che conferma la crescita degli ultimi tempi e porta a un calo delle liste d’attesa per avere un rene o un cuore. Anche se emerge ancora una volta il quadro di un’Italia a due velocità. E’ quanto rivelano i dati dell’attività del 2018 presentati dal Centro Nazionale Trapianti (CNT) e dal Ministero della Salute. Nonostante questi dati il sistema trapiantologico italiano in campo epatico vede profilarsi una congiuntura estremamente complessa e preoccupante. Nei prossimi dieci anni, in Italia, almeno quindicimila persone avranno bisogno del trapianto di fegato. Il dato, probabilmente sottostimato, può apparire sorprendente, in quanto le patologie che tradizionalmente portavano al trapianto, in questi ultimi cinque anni sono state in buona parte risolte dalla terapia medica. Parliamo soprattutto della cirrosi virale, che era ascrivibile principalmente all’epatite C. Il nuovo grande nemico del fegato è oggi l’obesità, che in termini più scientifici possiamo indicare come “steatosi epatica non alcolica”, già oggi seconda maggior causa del trapianto di fegato negli Stati Uniti e ormai prossima a diventarla anche nel nostro Paese. Una situazione che diventa allarmante se si pensa che nei prossimi anni un’intera generazione di specialisti andrà naturalmente verso l’uscita dal mondo del lavoro e al momento non si riesce a intravedere un ricambio adeguato. Carenza di nuove leve, crisi di vocazioni, fascino della professione nettamente in calo: questi elementi fanno seriamente temere un default del sistema trapiantologico italiano, che in questi ultimi vent’anni ha fatto registrare notevoli successi salvando molte vite umane e che oggi guarda con ansia giustificata alle previsioni di crescita della popolazione colpita da steatosi epatica non alcolica. Una vera e propria pandemia dell’obesità. Obesità che significa stili di vita, e in particolare una dieta troppo ricca di zuccheri e grassi, resa ancor più dannosa da sedentarietà, alti livelli di colesterolo, ipertensione e – in alcuni casi – dal diabete di tipo 2.

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