Uno studio condotto negli Usa e pubblicato sul New England Journal of Medicine conferma l’efficacia di una terapia messa a punto quasi 20 anni fa all’ Istituto Mario Negri di Bergamo e agli Ospedali Riuniti (oggi ASST Giovanni XXIII) per curare una rara malattia renale: la nefropatia membranosa, che causa la perdita di grandi quantità di proteine nelle urine. Se un certo numero di pazienti guarisce spontaneamente da questa malattia (che si manifesta con gonfiore delle caviglie e alterazione di diversi esami del sangue), la maggior parte rimane malata per molto tempo, fino a quando la funzione del rene è compromessa, con necessità di dialisi o di trapianto. Negli anni ’80 la terapia che aveva qualche successo, a prezzo di effetti collaterali gravi, puntava sulla combinazione di cortisone ad alte dosi e di un farmaco immunosoppressore. Finché la conoscenza dei meccanismi alla base della malattia ha consentito ai ricercatori e clinici bergamaschi di proporre per primi, nel 2002 un farmaco (rituximab) in grado di attaccare un tipo particolare di cellule linfatiche responsabili – almeno in parte – del danno renale. Terapia che si dimostrava capace di guarire totalmente o parzialmente la malattia, e con effetti indesiderati nettamente inferiori. Ma trattandosi di malattia rara, il relativo studio clinico non aveva potuto coinvolgere un numero di pazienti tale da poter fugare ogni dubbio. Ora il dottor Fernando Fervenza (Mayo Clinic di Rochester) ha pubblicato i risultati di uno studio condotto negli USA che ha potuto coinvolgere 130 pazienti e dimostra finalmente che la terapia con rituximab è superiore a quella precedente (con ciclosporina) confermando dopo 20 anni gli studi del Mario Negri. “E’ uno studio importante – dice Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, che insieme a Piero Ruggenenti, direttore della Nefrologia e Dialisi dell’ASST Giovanni XXIII di Bergamo, firma un commento allo studio, sullo stesso numero del New England Journal of Medicine – perché mette a disposizione di tutti i pazienti un trattamento efficace e meno pericoloso di quelli usati fino ad oggi”. Purtroppo resta un 25-30% di pazienti che non guarisce con il rituximab. “Ma abbiamo studiato un farmaco simile e potenzialmente più efficace, l’ofatumumab – conclude Ruggenenti – mentre proseguono gli studi sulla possibilità di ‘ingegnerizzare’ le cellule linfatiche”.

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