Brescia. In Italia si stima la presenza di circa 35 bombe atomiche statunitensi, concentrate nelle basi di Aviano (20 circa) e Ghedi, nel bresciano, dove ve ne sarebbero tra 10 e 15 (alcune fonti arrivano anche a 40). Si tratta delle testate B61-12, armi nucleari tattiche con potenza massima variabile fino a 100 kilotoni, ovvero fino a 4‑7 volte Hiroshima. Di recente sul tema è stata presentata un’interrogazione alla Camera dai deputati per sollecitare il governo a spiegare se l’Italia intenda aderire al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari e avviare misure per la rimozione degli ordigni da Ghedi e Aviano, richiedendo inoltre piani di emergenza e trasparenza verso la popolazione. Nel frattempo, è tornata alla ribalta anche la protesta a Montichiari, nei pressi di Ghedi, dove gli addetti aeroportuali si sarebbero rifiutati di maneggiare carichi di armi. Ma cosa succederebbe se una di queste bombe dovesse esplodere – per errore, incidente o in un attacco? Secondo studi – tra cui alcuni documenti di Greenpeace – l’impatto sarebbe catastrofico: 2–10 milioni di vittime tra esplosione, radiazioni e fallout, con possibile distruzione completa della provincia di Brescia e conseguenze drammatiche sull’intera Lombardia . Si tratterebbe di uno scenario da incubo: l’onda d’urto e le radiazioni renderebbero la regione invivibile per decenni, con contaminazioni su larga scala. Eppure, la gestione di questo rischio resta in gran parte top secret, senza piani di evacuazione pubblici né informazione diffusa alle comunità locali. In un contesto di tensione internazionale e di modernizzazione degli arsenali e livelli di allerta alzati fino a “Charlie” – Ghedi si conferma un nodo strategico cruciale, convertito a sito sensibile anche per un possibile attacco terroristico.



