Sta suscitando indignazione la mostra ospitata al MAMbo di Bologna, dove tra le installazioni compaiono immagini che molti definiscono inquietanti e disgustose. Tra le opere esposte, un gatto morto adagiato su una fotocopiatrice, con tanto di stampa del suo corpo come se fosse un banale documento da archiviare. Un’installazione che molti visitatori hanno giudicato una derisione della vita e della morte, ridotta a puro atto di consumo visivo. Accanto a questa scena, un coccodrillo impagliato appeso con catene domina la sala, riportando alla memoria la controversa installazione già esposta nel Battistero di Cremona, che scatenò la protesta delle “Iene Vegane” con striscioni e presidi davanti al monumento. Non mancano immagini scioccanti di cavalli sospesi a testa in giù, fissati al soffitto o intrappolati in strutture geometriche, opere che hanno suscitato un senso di violenza e claustrofobia in molti spettatori. Altre sale presentano colombi imbalsamati disposti su tubature bianche come fossero semplici elementi di arredo urbano, e le celebri ricostruzioni dei “Musicanti di Brema”, con un asino, un cane, un gatto e un gallo impagliati e sovrapposti in equilibrio, come in una macabra fiaba. Le associazioni animaliste denunciano non solo il cattivo gusto, ma anche il rischio di emulazione da parte di giovani e persone fragili, sottolineando come simili rappresentazioni possano trasmettere un messaggio di violenza, disumanizzazione e totale assenza di empatia verso gli animali. Non è la prima volta che in Italia si sollevano polemiche sul rapporto tra arte, scienza e uso degli animali: basti ricordare il caso dei macachi dell’Università di Parma, impiegati in sperimentazioni neuroscientifiche, che scatenò manifestazioni di piazza e una lunga battaglia legale sulla liceità delle pratiche e sulla sofferenza inflitta agli animali. La vicenda di Bologna riaccende dunque un dibattito scomodo e necessario: dove finisce la libertà creativa e dove inizia lo sfruttamento? È davvero arte, o solo provocazione fine a se stessa? Una domanda che investe non solo il mondo culturale, ma anche la coscienza civile di una società chiamata sempre più a interrogarsi sul proprio rapporto con gli animali e sul confine tra espressione e crudeltà.



