Anche nel Mar Mediterraneo , oltre che nelle acque della Florida, finisce molta plastica che, una volta arrivata in acqua, sopravvive per millenni, entrando nella catena alimentare di pesci e uccelli. E le microplastiche, ossia quelle al di sotto dei 5 millimetri – sui fondali del mare che circonda l’Italia sono valutate dagli esperti nella misura di 100 milioni a chilometro quadrato insieme alle macroplastiche, quelle che galleggiano e che vengono mandate in circolo. Per il momento non si capisce da dove parta il loro viaggio, ma per arginare il fenomeno servano soluzioni condivise tra i vari Paesi rivieraschi. L’Università di Siena a settembre 2014 aveva lanciato il primo allarme per i mari della Toscana. Ma, fino a oggi, cos’è stato fatto? E’ partito il progetto “cacciatori di plastiche” che ha interessato solamente l’area del santuario dei cetacei, grazie a un accordo tra il Principato di Monaco, Italia e Francia. per il resto, si attendono sviluppi a breve termine. Al primo posto tra i rifiuti abbandonati sui fondali del Tirreno tra Sicilia, Sardegna e Campania, ci sono i copertoni d’auto; al secondo posto le reti da pesca abbandonate sui fondali rocciosi e poi le plastiche. Però c’è un guaio in più: secondo l’Ispra, “nei mari italiani ci finisce di tutto e poi non c’è attenzione per il problema dello smaltimento di quanto deve essere riportato a terra dai pescatori, che con le nuove normative sono obbligati a farsi carico perfino gli scarti organici, cioè quella biomassa pescata e scartata”. Si tratta di quantità enormi che, come accade in Giappone, potrebbero essere riciclati: qui gli scarti di pesca riescono a essere impiegati dall’industria dei mangimi o dalla farmacologia.

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