Secondo un recente rapporto del Climate Institute di Sydney, si prevede che, se non adeguatamente contrastato, il riscaldamento globale porterà a una riduzione delle aree adatte alla produzione di caffè del 50%: un disastro per la sopravvivenza di milioni di produttori e per l’intero ramo industriale.

Come immaginare un mondo senza caffè? Eppure, questa abitudine da molti considerata  irrinunciabile è messa in pericolo da una delle maggiori minacce ambientali della nostra epoca: l’onnipresente riscaldamento globale. Numerosi i campanelli d’allarme lanciati negli ultimi anni (tra gli altri, il cluster del caffè a Expo 2015 non ha mancato di sottolineare il problema), visto che i numeri cui si accenna sono tutt’altro che trascurabili.

L’ultima analisi in ordine cronologico è stata recentemente presentata in un rapporto del Climate Institute di Sydney intitolato A Brewing Storm: The climate change risks to coffee,  in cui si rivela che, se non adeguatamente contrastati, il cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi ad esso correlati saranno in grado di ridurre le aree adatte alla produzione del caffè fino al 50%. Le conseguenze? Poco piacevoli: aumento generale dei prezzi, possibile calo della qualità del prodotto, e rischi per i mezzi di sostentamento di oltre 120 milioni di produttori e persone collegate al settore del caffè.

Come spiega John Connor, coordinatore della ricerca al Climate Institute di Sydney: “Senza azioni significative contro il cambiamento climatico gli agricoltori dovranno spingere la produzione su territori riservati ora ad altri usi come la conservazione della natura e delle foreste”. In alcuni Paesi chiave per la produzione (Messico, Guatemala, Nicaragua), già allo stato attuale si riscontrano effetti negativi come l’incremento di malattie e parassiti, mentre da più parti, dall’Uganda al Vietnam, si denuncia come negli ultimi anni le colture siano meno produttive a causa di una più profonda escursione termica, di un clima più caldo e di piogge più intense intervallate a lunghi periodi di siccità.

Il caffè costituisce infatti un’industria globale da circa 19 miliardi di dollari e, nel mondo, vengono consumate quotidianamente più di 2,25 miliardi di tazzine di caffè, con una produzione più che triplicata dal 1960 a oggi. Posto che oltre l’80% dei produttori di caffè sono piccoli proprietari, tra i più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici, è legittimo chiedersi: se non si cambia rotta a livello globale, che ne sarà in futuro di un rito quotidiano tanto caro a milioni di persone? Dopo la rinuncia di Donald Trump all’accordo della COP21 di Parigi, non è più possibile sperare in un cambiamento eminente ma in un futuro che, a lato di innumerevoli vite, territori e risorse naturali, possa preservare anche il piacere di un buon caffè.

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