Torniamo indietro nel tempo verso la metà degli anni Novanta quando l’azienda produttrice di succhi d’arancia Del Oro, lavorava al confine col parco nazionale di Guanacaste protetto dall’Unesco, stava cercando un modo per liberarsi di migliaia di polpe e bucce di scarto. Per risolvere questo problema si fecero avanti due ecologisti, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs, dell’Università della Pennsylvania, che lavorando come consulenti nell’Área de Conservación Guanacaste in Costarica. Sono arrivati ad un accordo dove la Del Oro ha donato una parte dei suoi terreni boschivi all’area di conservazione del parco, dopo di che ha poi potuto scaricare i suoi rifiuti organici in un’area degradata e poco fertile all’interno del parco stesso.
Nel 1998 almeno mille camion carichi di bucce d’arancia e polpe scaricarono su quel terreno ma solo un anno dopo aver chiuso l’accordo una azienda rivale denunciò la Del Oro accusandola di aver “contaminato un parco nazionale” a causa di quelle 12 mila tonnellate di bucce d’arancia scaricate. La Corte Suprema del Costarica diede ragione ai rivali e quel terreno fu abbandonato per sempre.
Soltanto nel 2013 Treuer decise di andare a controllare per sapere che fine avesse fatto quella zona. Ci vollero due distinti viaggi per individuarla. “Non credevamo ai nostri occhi. Era così completamente avvolta e ricoperta da alberi che non riuscivamo nemmeno a vedere l’insegna che segnalava dove si trovava il sito”. La differenza fra le aree dove erano state deposte le arance e quelle non concimate “era straordinaria, sembravano due diversi ecosistemi”.
Tutti i risultati raccolti dai biologi Timothy Treuer e Jonathan Choi, ora pubblicatisulla rivista Restoration Ecology, raccontano gli incredibili risultati di una bizzarra vicenda iniziata molto tempo fa.
Secondo gli studiosi di Princeton quella terra, 16 anni dopo, aveva avuto un aumento del 176% di biomassa nei tre dei sette ettari dove erano state scaricate le bucce. Da un terreno praticamente morto era nata una foresta piena di alberi e arbusti così rigogliosa da dover “penetrare perfino con il machete in alcuni punti”.
Il tutto a costo zero, dato che la natura aveva fatto da sola: “E’ una vittoria per tutti” affermano i ricercatori. Le bucce d’arancia “hanno arricchito il terreno delle foreste tropicali in maniera impressionante e l’idea che possiamo aiutare a ricreare una foresta che abbiamo perso in un modo che risparmia i soldi di tutti è emozionante”. conclude Choi
Secondo un altro autore della ricerca, il professore di ecologia e biologia evolutiva di Princeton David Wilcove,
“se nel mondo le aziende private e le comunità ambientali lavorassero di più insieme sono certo che si troverebbero molte altre opportunità per utilizzare gli “avanzi” della produzione alimentare industriale in aiuto alle foreste. E’ la migliore forma di riciclaggio possibile”.







