Nove anni di carcere. E’ quanto chiedono i pm di Milano per Severino Antinori nel processo in cui il ginecologo è accusato del prelievo forzoso di ovociti ai danni di una giovane infermiera spagnola nell’aprile 2016 nella clinica Matris. E a causa del suo ruolo preminente nella vicenda e perché è protagonista di gravi reati, il medico secondo i rappresentanti dell’accusa Leonardo Lesti e Maura Ripamonti non merita nemmeno le attenuanti generiche. Ciò che viene contestato dai giudici dell’ottava sezione penale presieduta da Luisa Ponti, sono i reati di rapina, violenza privata e lesioni. Hanno chiesto, invece, l’assoluzione (“perchè il fatto non sussiste”) per il sequestro di persona. Inoltre, hanno sollecitato condanne per tutti gli altri imputati. Sei e cinque anni rispettivamente per Bruna Balduzzi e Marilena Muzzolini, le due segretarie di Antinori accusate, in concorso col ginecologo, del prelievo forzoso degli ovociti all’infermiera per poi reimpiantarli, una volta fecondati, a tre donne in lista d’attesa. Cinque anni sono stati chiesti anche per l’anestesista Antonino Marcianò, che lavorava con il medico romano alla clinica milanese Matris, e per Gianni Carabetta, un conoscente del medico accusato di un episodio di estorsione. L’indagine era nata dalla denuncia dell’infermiera spagnola ricoverata nella clinica nell’aprile 2016 per una cisti ovarica. Agli inquirenti raccontò di essere stata sedata e immobilizzata dal ginecologo che poi le avrebbe prelevato degli ovociti contro la sua volontà, rubandole anche il cellulare per impedirle di mandare i soccorsi. Nel novembre scorso il gup Luigi Gargiulo ha disposto l’imputazione coatta per l’infermiera stessa con l’accusa di averlo calunniato. Al momento, ci sono quindi due procedimenti paralleli in cui la stessa vicenda viene ‘raccontata’ in due modi incompatibili. Era stato lo stesso ginecologo, tramite i suoi avvocati Carlo Taormina, Gabriele Vitiello e Tommaso Pietrocarlo, a denunciare la sua grande accusatrice. Nel suo provvedimento, il gup aveva sottolineato “numerosi profili di falsità” nelle dichiarazioni rese agli inquirenti dall’infermiera. Contro questa imputazione coatta, la procura ha presentato un ricorso alla Cassazione, chiamata ora a decidere se mandare o meno a processo la giovane donna per calunnia.

 

 

 

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