Dopo 31 anni dalla sua interruzione, dal primo luglio 2019 il Giappone ha ripreso la caccia commerciale alle balene. Cinque baleniere sono salpate dai porti nipponici di Shimonoseki e di Kushiro, il giorno seguente all’uscita formale di Tokyo dalla Commissione internazionale sulla caccia ai cetacei (Iwc). Allo scopo di evitare una caccia selvaggia, però, l’Agenzia nazionale della pesca ha fissato una quota massima di 227 balene che sarà possibile catturare entro la fine del 2019. In particolare, si tratta di 150 balenottere Bryde, 52 balenottere minori (minke) e 26 balenottere boreali. “Non stiamo facendo niente di male – ha commentato Kai Yoshifumi, presidente della Japan small-type whaling association – facciamo solo ciò che possiamo fare, con un uso efficace delle risorse. Non daremo la caccia alle balene in estinzione, cattureremo solo un numero di balene “sostenibile”. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Vogliamo catturare le balene e vogliamo che molte persone mangino carne deliziosa di balena”. Nella prima giornata di caccia, una piccola flotta di navi ha catturato già alcune balene, sfidando le critiche della comunità internazionale. Per i rappresentanti dell’agenzia si tratta, in ogni caso, di un fatto culturale per il Paese. L’ultima caccia commerciale del Giappone fu ufficialmente nel 1986, ma il Paese ha proseguito la caccia per quelli che ha definito “scopi di ricerca”, uccidendo ogni anno centinaia di cetacei. Tokyo inoltre si è ritirata dall’International Whaling Commission (Iwc) e quindi non è più soggetta alle sue regole. I membri dell’Iwc avevano raggiunto un’intesa per un divieto effettivo della caccia alle balene, ma il Giappone da tempo sostiene che sia possibile cacciare le balene in modo sostenibile.

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