“Con una giraffa, potremmo sfamare il villaggio di Loisaba, per più di una settimana”. Benson Lere è un pastore samburu (etnia diffusa in Kenya) che vive sull’altopiano di Laikipia, nel Kenya centrale. La giraffa reticolata, per anni, ha rappresentato una fonte di sussistenza fondamentale. Ma nel corso degli anni, questa sottospecie che vive nella regione africana è diventata sempre più rara. “Usiamo la pelle anche per ricavarne medicine. Eravamo soliti cucinare la carne, bruciare la pelle, poi usarla come medicina, ecco perché le uccidevamo”. Il loro habitat è sempre più frammentato e ridotto, ma il bracconaggio continua ad essere presente. In molti continuano ad uccidere le giraffe per le ossa e il cervello, considerate vere e proprie cure perfino contro l’Aids.Su scala continentale, il numero di giraffe è diminuito del 40% tra il 1985 e il 2015, scendendo a quota 98mila esemplari, secondo i dati dell’Unione internazionale per la protezione della Natura.Dal 17 al 28 agosto, a Ginevra, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione si riunisce per discutere proprio sulla regolamentazione del commercio internazionale delle giraffe. E in Kenya si stanno creando programmi per studiare il fenomeno: “Ci sono stati molti studi fatti su leoni, elefanti e altri animali. Ma ci sono pochissime ricerche sulla giraffa”, afferma Symon Masiaine, coordinatore del programma di studio e protezione delle giraffe “Twiga Walinzi”.Mentre Arthur Muneza, della Fondazione per la preservazione delle giraffe, spiega: “Analizziamo innanzitutto la portata di questo commercio nel continente. O è anche internazionale? O entrambi? È davvero distruttivo per l’intera popolazione? Queste sono alcune domande alle quali dobbiamo rispondere prima di poter introdurre misure restrittive”.

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