Dopo il Covid, il rischio è lo stress post-traumatico diffuso

Tra le conseguenze della pandemia di coronavirus c’è, come ha sottolineato l’Organizzazione mondiale della Sanità, anche il rischio di un’ondata mondiale di disturbi da stress post-traumatico. Per capire come il Covid sta ancora influenzando le nostre vite, al di là del rischio di contagio, abbiamo incontrato gli specialisti della Casa di cura Le Betulle di Appiano Gentile, dove dal 1966 si studiano a tutto campo e con una visione aperta le malattie neuro-psichiatriche.

Il dottor Furio Ravera, direttore del reparto Disturbi della personalità e dipendenze della clinica comasca:
“Il disturbo da stress post traumatico – ha spiegato ad askanews – non è un evento che si realizza immediatamente dal punto di vista clinico, è come se avesse bisogno di tempo per costruirsi. E’ un disturbo che si basa sulla memoria, su una alterazione dell’impiego del tempo, psicologicamente parlando. In questo caso dobbiamo ancora osservare pienamente questi effetti, però si può dire che in certi residui di permanenza in casa, in una certa difficoltà a riprendere la socializzazione, forse si vive già qualche cosa che è la traccia, il calco del trauma”.

Un trauma che, però, è ancora in divenire e i cui effetti si stanno cominciando a intravedere solo ora. Il dottor Michele Sforza, psichiatra e psicoanalista presso Le Betulle:
“Siamo stati tutti un po’ malati e ancora un po’ lo siamo – ci ha spiegato a titolo introduttivo – addirittura si pensa che fra poco lo saremo ancora di più. Siamo in attesa del Big Bang psicologico, come viene definito. Tutto questo costituisce uno stress cronico, non lo stress acuto, ossia la paura di una cosa immediata che passa dopo poche ore, ma uno stress che dura da mesi e che probabilmente durerà ancora mesi”.

Inevitabile affrontare il tema del lockdown che abbiamo vissuto, periodo che per molte persone è stato di solitudine.

“La mancanza di socialità – ha aggiunto il dottor Ravera – provoca un danno più grosso di quello che possiamo presumere, non è la mancanza di divertimento, è la mancanza di regolazione che la società consente. Basti pensare che il numero delle sinapsi nella sostanza grigia dei lobi frontali è legato al numero di relazioni che ha una persona”.

Tra gli obiettivi che la Casa di cura privata si è posta c’è anche quello di indagare sui sintomi che potrebbero preludere a disturbi psichici legati alla situazione che stiamo vivendo. In questo senso per i medici è importante distinguere il disagio, che si cura ricorrendo alle reti personali e sociali, e la vera e propria patologia.

“Se queste situazioni di ansia, di calo dell’umore, di voglia di fare poco o mancanza di forze si risolve – ci ha spiegato Sforza – allora non c’è problema e andiamo avanti con la nostra vita e le nostre reti di protezione. Se invece queste cose vanno avanti, il rischio, soprattutto in alcune persone che sono predisposte, possono prendere piano piano l’aspetto della vera e propria patologia depressiva. In questo caso è bene che la persona cominci a fare qualcosa e soprattutto ne parli, con i familiari, ma poi, se le cose vanno avanti, con qualcuno che abbia una capacità tecnica per intervenire”.

La depressione clinica è uno dei rischi a cui si può andare incontro in questo momento, perché le sfere coinvolte dall’emergenza sono molte e molte sono anche le loro implicazioni a livello psicologico. “Siamo dentro una situazione – ha concluso Ravera – che deve ancora dare i suoi colpi definitivi: il lavoro, la scuola, una socializzazione diversa e non naturale”.

“Il lavoro – gli ha fatto eco Sforza – per noi è identità, se io perdo io lavoro non perdo solo il denaro che viene dal lavoro, ma perdo anche il senso di me. Molte persone lo stanno perdendo e soprattutto si attende per l’autunno di sapere che cosa succederà”.

E questa incertezza, ci confermano dalla Casa di cura Le Betulle, si comincia a sentire in modo molto tangibile.

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