Il Ferragosto in Lombardia è stato segnato da un bilancio pesantissimo: cinque giovani hanno perso la vita tra fiumi e bacini. Tra loro anche Karim, sedicenne di origine egiziana, arrivato da solo a Cremona e accolto in una comunità educativa. Domenica si è tuffato nell’Adda, in un tratto vietato alla balneazione, e non è più riemerso. Il suo caso non è isolato. Altre tragedie si sono consumate nel Po, nel Ticino e in alcuni bacini artificiali, con ragazzi trascinati via dalle correnti o sorpresi dai mulinelli. Un copione che si ripete puntualmente ogni estate. Il Codacons, di fronte a questo scenario, denuncia da tempo l’assenza di un vero piano di sicurezza regionale. Mancano cartelli chiari e ben visibili, controlli più severi e soprattutto campagne informative che spieghino i rischi. Molti di questi incidenti avvengono perché chi si tuffa non conosce la forza dell’acqua o non sa nuotare. Eppure, nonostante i divieti, centinaia di persone continuano a fare il bagno in fiumi, laghi e canali, sottovalutando pericoli che si rivelano spesso fatali. L’associazione chiede a Regione Lombardia e ai Comuni di intervenire con urgenza: più pattugliamenti, segnaletica uniforme, campagne di prevenzione rivolte soprattutto ai giovani. Perché i fiumi non possono restare zone grigie dove ogni estate si paga un tributo di vite umane. La morte di Karim e degli altri ragazzi deve diventare un punto di svolta: non fatalità inevitabili, ma tragedie evitabili, se si sceglie davvero la strada della sicurezza e della responsabilità.





