Cremona è una delle città lombarde con la raccolta differenziata più alta, pari al 77,9%, un dato che la fa salire nelle classifiche dell’“Ecosistema Urbano” e la colloca tra i capoluoghi più attenti alla gestione dei rifiuti. Eppure, dietro questo primato si nasconde una contraddizione profonda: la città continua a convivere con l’inceneritore di San Rocco, uno degli impianti più discussi della regione. Negli ultimi anni i cittadini hanno sentito lo stesso ritornello: la promessa di una chiusura graduale dell’impianto, rilanciata in più campagne elettorali dalle giunte di centrosinistra. Promesse mai mantenute. Oggi, infatti, la prospettiva è completamente ribaltata: l’inceneritore resterà in funzione almeno fino al 2036, con la giustificazione che il vecchio Protocollo “Cremona 20-30” non sarebbe più attuale. Eppure, quel documento prevedeva un percorso chiaro: dismissione progressiva dell’inceneritore, potenziamento della raccolta differenziata e nuovi investimenti in tecnologie “green”. Invece, secondo i dati ufficiali di A2A, nel 2023 l’impianto ha bruciato 74.924 tonnellate di rifiuti, e solo il 60 % proveniva dal territorio cremonese. Il resto arriva da altre province, trasformando Cremona in un polo di smaltimento per rifiuti altrui, con tutte le conseguenze sanitarie e ambientali del caso. A2A ha chiuso il bilancio 2024 con 816 milioni di euro di utile netto, ma ai cittadini cremonesi restano bollette più alte, aria inquinata e nessuna trasparenza sui dati reali di ciò che viene bruciato — in particolare sulla quantità di plastica e sulle emissioni effettive di diossine e microinquinanti. Cremona, che potrebbe essere un modello di economia circolare, resta così prigioniera di un modello industriale vecchio, in cui gli interessi energetici pesano più della salute pubblica. Una città che differenzia bene, ma che continua a pagare due volte il prezzo dei rifiuti.


