Spreco alimentare domestico italiano si aggira intorno agli 8 miliardi di euro ogni anno e la quantità di cibo che finisce nella spazzatura nella distribuzione commerciale è pari a circa 300 mila tonnellate.
Nei primi mesi del 2016 la Danimarca ha aperto We Food, il primo negozio di alimenti che eccedono nel mercato, prodotti scaduti ma che possono ancora essere mangiati secondo criteri sanitari e venduti ad un prezzo ridotto del 30-50%. La filosofia sottostante è quella di evitare lo spreco alimentare. In Francia recentemente un movimento popolare ha fatto molte pressioni per regolamentare a livello legislativo gli sprechi alimentari dei supermercati e dei ristoranti, obbligando questi ultimi ad accordarsi con le organizzazioni caritatevoli. È sicuramente un’inversione di rotta necessaria e importante. Ma è abbastanza? La risposta è sicuramente no.
Secondo uno studio del 2013, il 36% di tutti i cereali coltivati al mondo sono destinati all’alimentazione di animali da carne e da latte. Cosa c’entra con lo spreco alimentare? C’entra eccome perché buona parte degli sprechi alimentari deriva proprio dall’industria agroalimentare. La percentuale della produzione agricola rimasta nei campi ammonta al 3,25% del totale (più di 17 milioni di tonnellate). Soprattutto nel settore dei cereali utilizzati come mangimi.
Il risultato sarebbe, non meno produzione di cibo, ma meno produzione di tutte quelle monoculture, come il mais, che servono per l’alimentazione animale che stanno danneggiando irrimediabilmente il suolo, oltre al fatto che con una rotazione delle culture si nutrirebbero più persone.



